Nessuno vuole
avere il marchio di assassino
del piccolo Tommaso Onofri,
il bambino di 18 mesi rapito
un mese fa alla periferia di
Parma e ritrovato senza vita,
sabato a tarda sera, sotto terriccio
e arbusti, a pochi metri
dal fiume Enza e solo qualche
chilometro dalla casa di Casalbaroncolo,
teatro del sequestro.
Come se poi l’accusa
di concorso in un sequestro
sballato e tragico fosse un sollievo.
Sui verbali restano comunque
le accuse a vicenda che, a
distanza, l’uno dentro la caserma
dei carabinieri, l’altro
in questura, si sono rovesciati
addosso i due presunti rapitori:
Mario Alessi, 44 anni, siciliano,
da giorni formalmente
indagato per il rapimento e
del quale è stato disposto ieri
il sequestro della casa, e Salvatore
Raimondi, 27 anni, pregiudicato
che la sera del 2
marzo lasciò l’impronta sullo
scotch utilizzato per legare i
genitori e il fratellino di Tommy.
Raimondi, davanti ai militari,
ha accusato Alessi, che a
sua volta, sentito dalla polizia,
ha invece detto che è stato
il complice a uccidere il piccolo
Tommaso. Due versioni di
certo contrastanti e che hanno
portato ai nuovi interrogatori
del pomeriggio nel carcere
di via Burla, a Parma, dove
si è recato il coordinatore della
Dda di Bologna Silverio Piro.
La cosa certa è che sul corpicino
di Tommy sono stati
trovati segni di colpi al capo,
provocati con un oggetto contundente.
Anche se gli esperti
della polizia scientifica invitano
alla prudenza: il corpicino
è rimasto praticamente
senza alcuna protezione per
oltre un mese e, allora, per
l’esatta causa di morte è assai
più saggio aspettare l’a u t o psia.
L’incarico verrà formalizzato
domani, e sarà fatta entro
martedì.
I racconti, in ogni caso, non
vanno d’accordo. Secondo
Raimondi fu Alessi a uccidere
il piccolo, strozzandolo, o, comunque,
soffocandolo: una rivelazione
che ha innescato la
reazione del manovale.
A uccidere
Tommaso – ha raccontato
Alessi ai poliziotti – non
sono stato io, ma Raimondi,
che l’ha colpito più volte al capo.
Colpi che sarebbero stati
dati con un badile, o con una
piccola vanga. Un oggetto simile,
in effetti, è stato trovato
durante i sopralluoghi nei
campi vicino al posto dove è
stato trovato il piccolo: è pur
vero, però, che un arnese del
genere è piuttosto comune in
aperta campagna. Le analisi
diranno di più. Inoltre per tutto
il giorno è stata setacciata
l’area in cui è stato trovato il
corpo di Tommy per individuare
ogni elemento utile alle
indagini. In particolare si cercano
oggetti che siano riferibili
ai fermati, come caschi da
moto, indumenti o tracce di
essi ma anche le armi con cui
la sera del 2 marzo minacciarono
i genitori del bambino
prima di rapirlo.
Il primo a confessare davanti
agli inquirenti dopo ore di
interrogatorio è stato Raimondi:
ho partecipato al rapimento
– ha in pratica raccontato
ieri nella caserma del comando
provinciale dei carabinieri
di Parma – ma non ho ucciso
Tommaso. È stato Alessi,
che l’ha strozzato. Le parole
del complice hanno provocato
la reazione di Alessi che, contemporaneamente,
era negli
uffici della questura di Parma:
non è vero nulla – ha in
sostanza replicato il manovale
– non sono stato io a uccidere
Tommaso, ma è stato Raimondi
che l’ha colpito al capo.
Differenze e, soprattutto,
veridicità dei racconti dovranno
superare l’ostacolo di
numerose verifiche. Così come
dovrà essere chiarito con
certezza la dinamica del sequestro
e il movente: davvero
era stato pianificato un rapimento
lampo, magari per ricavare
poche migliaia di euro?
Dai primi accertamenti – h a nno
riferito alcune fonti investigative
– Tommaso Onofri
dovrebbe comunque essere
stato ucciso fra i 20 e i 30 minuti
che hanno seguito il rapimento,
anche se, pure su questo
punto, una risposta potrà
darla solo l’autopsia. Da chiarire
resta anche il ruolo di Antonella
Conserva, la compagna
di Alessi: la sera del rapimento,
almeno secondo alcuni
tabulati telefonici e le informazioni
delle microcelle,
la donna sarebbe stata in giro
a bordo della Y10 nera di Raimondi.
Perché? Cosa abbia effettivamente
fatto in quei minuti
non sembra ancora chiaro.
Certo è che anche lei sabato
è stata fermata con la stessa
accusa degli altri due: concorso
in sequestro di persona a
scopo di estorsione. Accuse
che, presto, dovranno essere
formalmente aggravate per la
morte di Tommaso, almeno
per Alessi e Raimondi. Ma i loro
potrebbero non essere gli
ultimi nomi dell’inchiesta
perchè gli investigatori vogliono
essere certi che nessuno
abbiamo aiutato i tre fermati
nel piano o con un «semplice
» favoreggiamento. Una
certezza che, ancora, non c'è.
IL PARERE DEL CRIMINOLOGO
ROMA– «Uguale!». lo
psichiatra criminologo
Massimo Picozzi ne è certo,
quasi sorpreso per le
somiglianze fra il caso di
Tommaso e quello di Baby
Lindbergh, il figlio di 2
anni dell’aviatore celebre
per la trasvolata oceanica
del 1927. Somiglia invece
a quello di tanti criminali
il comportamento di Mario
Alessi, il muratore accusato
di avere ucciso il
piccolo Onofri. Il giudizio
dell’esperto è che si sia
esposto con troppe dichiarazioni,
così come
tanti che in altre vicende
hanno pensato di portare
fuori strada gli investigatori.
Baby Lindbergh morì
subito dopo il rapimento,
come Tommaso, ma in
quel caso forse per una
caduta da una scala. Una
vicenda quasi sovrapponibile
per certi aspetti, almeno
per quelli che riguardano
i tempi: poco
più di un mese di sequestro
per il piccolo Charles
J. e poi la scoperta, come
per il piccolo Onofri, del
corpo vicino alla casa. Allora,
come è avvenuto per
Tommaso, la caccia
all’uomo lasciò il paese
con il fiato sospeso. La
Casa Bianca, l’FBI, e tutta
la stampa internazionale
si mobilitano per
cercare di svelare i misteri
del caso definito il «crimine
del secolo». In quella
storia fu accusato Bruno
Hauptmann, un immigrato
tedesco, carpentiere
ed ex detenuto (anche
in questo caso un’altra
analogia), processato tre
anni dopo e giustiziato
sulla sedia elettrica nonostante
la sua presunta innocenza.
Poi la storia di Tommaso
per il resto si differenzia.
Il comportamento di
Mario Alessi per Picozzi,
non suscita invece nessuna
sorpresa: voleva mettere
fuori strada gli investigatori
e l’opinione pubblica.
«È un errore. I nostri
sono detective di eccellenza
nel mondo, li conosco
e sono consapevole
di quello che dico» ha detto Picozzi. Un investigatore
esperto sa infatti che
la regola del professionista
è quella di stare zitti:
«chi nasconde qualche
cosa non deve dare dettagli
che rischierebbero di
farlo cadere in contraddizione.
Solo così è veramente
difficile scoprire la
verità».
«È clamorosamente
normale – ha aggiunto –
il comportamento dei
criminali non abituali
di apparire collaborativi
e nello sforzo di controllare
la situazione cadono
nell’eccesso».
E così parlano troppo,
fanno dichiarazioni, lanciano
appelli, proprio come
Alessi.
Il loro obiettivo è quello
di apparire dalla parte
dei buoni, distogliere l’a ttenzione
negativa su se
stessi. Ma è propri questo
l’errore: «In quel caso infatti
le attenzioni di chi
svolge le indagini aumentano
subito». «Non serve
poi analizzare le frasi che
ha detto – ha aggiunto -
entrando nello specifico,
sono tutte cialtronerie
non significative».
Alessi ha parlato dei
bambini come angeli da
non toccare, si è rivolto
ai rapitori chiedendone
la liberazione, insomma,
ha «esagerato». E la
preoccupazione che traspariva
dalle sue parole,
per Picozzi, non è segno
di nulla: «Era certamente
in ansia».
La famiglia di Alessi: no al perdono
«Per noi sono morti.
L’unica cosa che ci interessa è il futuro
di nostro nipote». Gli occhi arrossati
tradiscono la notte in bianco: Salvatore
Alessi e sua moglie Antonella Pace,
fratello e cognata di Mario Alessi,
uno dei rapitori del piccolo Tommaso
Onofri, non riescono a trattenere la
rabbia. Salvatore è gemello di Mario;
da quando aveva 16 anni è costretto su
una sedia a rotelle. Una lite per motivi
economici con un cognato finì in tragedia
euncolpo di pistola gli spezzò la
colonna vertebrale. Adesso questo
nuovo dramma familiare. «Eravamo
certi che Mario, col sequestro, non
c’entrasse nulla – dicono i due coniugi
– Ce lo aveva giurato e gli avevamo
creduto. Ma ora è crollato tutto. Lui e
la sua compagna per noi non esistono
più».
In mattinata la famiglia Alessi aveva
affidato ad un legale, l'avvocato Rosina
Amoroso, il compito di fare da
portavoce con i giornalisti. Nel pomeriggio,
la decisione di convocare una
conferenza stampa nella casa di san
Biagio Platani, il paese in provincia di
Agrigento, in cui fino a pochi anni fa
ha vissuto anche Mario. «Perdonarlo?
È impossibile», ripetono in coro.
«L’unica cosa che ci interessa è aiutare
nostro nipote».
Mario Alessi e la compagna, Antonella
Conserva, anche lei coinvolta
nel sequestro, hanno un bimbo di 6 anni
cardiopatico. Dopo il fermo dei genitori
è stato portato dai nonni materni.
«Sono anziani – dice Antonella –
non possono occuparsene. Per questo
chiederemo al giudice di affidarcelo
temporaneamente».
L’istanza potrebbe essere presentata
già domattina. Il legale ha ricevuto
l’incarico di depositarla la scorsa notte
a poche ore dalla notizia della confessione
dei sequestratori. «Per un periodo
– racconta la donna -, quando
Mario era in carcere per violenza carnale,
il bambino è stato con noi. Ora ha
bisogno di un ambiente sereno in cui
crescere e di qualcuno che gli spieghi,
anche con l’aiuto di uno psicologo, cosa
è accaduto ai suoi genitori». Col nipote
hanno parlato al telefono nel pomeriggio.
«Ci ha chiesto di mamma e
papà – dicono – Gli abbiamo detto che
sono dovuti partire e che dovrà attendere
tranquillo il loro ritorno».
All’innocenza del fratello Salvatore
ha creduto fino a quando, in tv, si è cominciato
a parlare dei tanti lati oscuri
dell’alibi. «L'ho chiamato – racconta -.
Per due volte gli ho chiesto spiegazioni.
Mi ha rassicurato. Proprio come
aveva fatto quando l’avevano accusato
di avere violentato una ragazza del
paese. Ha mentito di nuovo».
Eanche questa vicenda giudiziaria
torna prepotentemente alla ribalta.
Per il sequestro e lo stupro di una sedicenne
che si era appartata in auto con
il fidanzato, un giovane carabiniere,
Alessi era stato condannato a 6 anni di
carcere. Fino ad ora aveva scontato,
in custodia cautelare, solo 5 mesi. La
sentenza dovrebbe diventare definitiva
in Cassazione tra pochi mesi.
Al telefono col fratello, Mario, probabilmente
sapendo di essere intercettato
dagli investigatori, ribadiva la
sua innocenza nella vicenda del piccolo
Tommy. Ma che gli Alessi avessero
problemi economici, Salvatore e la
moglie l’avevano capito da mesi.
01.04.2006
SONO ANCORA troppi i misteri
che gravano sulla strage di Caraffa.
Il fermo di Claudio Tomaino, nipote
di Camillo Pane, ucciso assieme alla
moglie Annamaria ed ai figli Eugenio
e Maria, ha chiarito le presunte
responsabilità di uno degli
esecutori materiali della strage, ma
riguardo ai suoi complici e sul movente
della strage il quadro è ancora
tutto da chiarire. La questione da
sciogliere riguarda l’identità dei
complici di Tomaino, uno dei quali
potrebbe essere stato addirittura lo
stesso Eugenio Pane. Tra i due cugini
ci sarebbe stato uno stretto rapporto,
originato dal fatto di essere
affiliati alla stessa setta satanica.
Tra Tomaino ed Eugenio Pane ci
sarebbe stato un accordo per spartirsi
gli ingenti beni della famiglia
Pane, migliaia e migliaia di euro
provento soprattutto dell’attività
di compravendita di case e terreni
fatta attraverso il controllo delle
aste giudiziarie. Che gli investigatori
sospettino che una delle vittime
possa essere stata in possesso di
un’arma in occasione dell’incontro
a Caraffa con Claudio Tomaino, e
che possa addirittura averla usata,
è dimostrato dal fatto che i cadaveri
sono stati sottoposti a stub. L’esito
dello stub su Eugenio Pane non c’è
ancora, per cui l’accordo con Tomainoè
tutto da dimostrare.
IL TESTO INTEGRALE A SATANA
Nel manoscritto ritrovato nella villetta di Tomaino espressa la precisa volontà
di eliminare la famiglio dello zio Camillo Pane
«Io sottoscritto, Claudio Tomaino, nato a Soveria Mannelli l'8-3-1977, mi impegno a donare la mia anima da morto e la mia da vivo nel servire il grande maestro e signore del male Satana, se lui si impegna a darmi in cambio felicità, denaro e lunga vita, aiutandomi a non fare carcere, ad eliminare zio Camillo e famiglia e a creare una famiglia con dei figli con Daniela, la mia compagna, e di rendere felice anche mia madre, ed io in cambio per lui farò tutto quello che vorrà».
Dubbi su pista Satana
Il contratto con Satana, trovato a casa di Claudio Tomaìno, secondo i riti esoterici sarebbe dovuto essere bruciato. Lo hanno detto gli inquirenti, precisando che tutte le piste restano ancora aperte. L'uomo è accusato di aver ucciso lo zio Camillo Pane, trovato morto lunedì scorso insieme alla moglie e ai due figli. I carabinieri cercano altre 3 persone.
30.03.2006
È proseguito sino a tarda ora, ieri sera in Procura, l'interrogatorio di Claudio Tomaino, 29 anni, nipote di Camillo Pane, l'infermiere di Decollatura assassinato con la sua famiglia, la moglie Annamaria ed i figli Eugenio e Maria, a Caraffa un comune alle porte di Catanzaro. Claudio Tomaino è stato iscritto ieri nel registro degli indagati per il reato di omicidio plurimo. Il giovane è figlio di Maria Cecilia, una sorella della vittima. Ad interrogarlo il sostituto procuratore della Repubblica Salvatore Curcio, titolare dell'inchiesta. Tomaino possiede una pistola calibro 9, lo stesso utilizzato per compiere la strage, per la quale aveva regolare porto d'armi per conservarla in casa, ma non per portarla all'esterno. L' arma non sarebbe stata trovata. Tomaino avrebbe detto di averla consegnata a Camillo Pane perchè quest'ultimo, secondo quanto ha riferito, aveva paura del cognato marocchino.
La svolta nelle indagini è maturata tra martedì sera e la mattinata di ieri. Nella serata di martedì infatti era stata abbandonata definitivamente la pista che aveva condotto al lunghissimo interrogatorio, quasi 24 ore, del cognato marocchino di Camillo Pane, nell'ipotesi che l'extracomunitario, sposato ad Irma Pane, potesse aver avuto particolari mire sull'ingente somma di denaro che la donna deve ricevere quale indennizzo a seguito di un incidente stradale nel quale perse il bambino che portava in grembo.
Un nuovo indizio era giunto proprio dalla donna che aveva detto agli inquirenti che il fratello «aveva troppi soldi» e di indagare sulla sua «vita professionale e sul suo passato. Faceva troppi favori a tante persone». Infatti nel corso della perquisizione dell'abitazione della famiglia Pane è spuntato fuori materiale molto interessante, come una corposa documentazione finanziaria, assegni, titoli di credito inusuali per le normali possibilità di un infermiere e che avrebbero confermato il "giro di soldi della famiglia", come riferito da un inquirente.
I militari hanno anche portato via il computer che si trovava nell'abitazione con i Cd ed i dischetti dai quali sarebbe emerso materiale molto interessante ai fini delle indagini. Proprio da questo materiale sequestrato si sarebbe risaliti a Claudio Tomaino. Il giovane era una sorta di consulente finanziario dello zio, che si occupava di aste giudiziarie, dal quale avrebbe avuto l'informazione giusta che gli avrebbe consentito di acquistare all'asta una casa a Pizzo. In passato Claudio Tomaino era stato anche socio in un'attività di restauro di mobili antichi dello zio che sarebbe tuttora aperta e funzionante. I dissidi tra i due potrebbero essere nati proprio nella gestione di questa attività.
Claudio Tomaino era già stato sentito dagli inquirenti nell'ambito della strage dei parenti. Il giovane si sarebbe presentato martedì sera al commissariato di Lamezia Terme riferendo che era con lui che Camillo Pane ed i familiari avevano appuntamento a Caraffa il giorno che furono uccisi.
Dopo la svolta, il "sostituto" Salvatore Curcio ha convocato nel primo pomeriggio di ieri un vertice in Procura al quale hanno partecipato il capitano del Ris (Reparto investigativo speciale) di Messina, e comandante della sezione balistica, Emanuele Paniz, i militari dell'Arma della sezione scientifica del reparto operativo della compagnia provinciale di Catanzaro ed il patologo forense dell'università "Magna Græcia" del capoluogo, Giulio Di Mizio. Proprio quest'ultimo, insieme agli uomini del Ris e del reparto scientifico erano ritornati in mattinata sul luogo del delitto per ulteriori indagini.
Quasi contemporaneamente alla convocazione del vertice in Procura, l'ennesimo colpo di scena: è stata ritrovata la macchina della famiglia Pane. La Fiat Stilo si trovava parcheggiata nei pressi della stazione ferroviaria di Paola. Un tassello che confermerebbe l'ipotesi di depistaggio messa in atto dai killer. La sorella di Camillo Pane, Lina, ha raccontato che la sera di lunedì, intorno alle 18,30, quando ormai la strage era stata già consumata, ricevette una telefonata nella quale qualcuno, spacciandosi per il fratello, con voce contraffatta, le annunciava la partenza della famiglia per Torino e che sarebbero stati via per un mese. Un evidente tentativo, secondo gli inquirenti, di far credere che i Pane si fossero allontanati volontariamente dal paese. Anche per questo motivo i cadaveri della famiglia Pane sarebbero stati ricoperti di lamiere e pietre. Gli assassini non volevano che i corpi si ritrovassero così in fretta. Ma qualcosa è andato storto. Qualcuno ha sentito gli spari ed ha messo in moto la macchina investigativa.
Al termine del vertice in Procura, il cui contenuto è riservato, gli uomini del Ris e quelli della scientifica del comando provinciale si sono subito recati a Paola per effettuare i primi rilievi. La macchina non è stata spostata ed è stata attentamente ispezionata alla ricerca di elementi utili alle indagini. In particolare vengono cercate eventuali impronte digitali lasciate da chi ha guidato la vettura dal luogo dell'omicidio sino a Paola e che sicuramente è a conoscenza di quanto è accaduto, anche se potrebbe non essere stato materialmente l'autore del quadruplice omicidio ma semplicemente un complice. Una volta ultimati i primi accertamenti, l'auto quasi sicuramente, sarà trasferita a Catanzaro per effettuare rilievi più approfonditi.
Nel frattempo, nel Tribunale di Catanzaro, interdetto ai giornalisti che si sono assiepati nei pressi sin dalla mattinata, il sostituto procuratore Curcio ha voluto nuovamente fare il punto della situazione. Stavolta col procuratore capo, Mariano Lombardi, ed il patologo forense, Giulio Di Mizio. Subito dopo l'arrivo di Claudio Tomaino, accompagnato da Armando Veneto, legale di fiducia, per l'interrogatorio.
Dai primi interrogatori a cui è stato sottoposto Claudio Tomaino, il giovane fermato la scorsa notte con l'accusa di essere uno dei responsabili della strage di Caraffa, troverebbe conferma la pista della setta satanica. Tomaino avrebbe riferito che la morte di Camillo Pane, della moglie e dei figli "è stata un sacrificio". Sarebbe anche emerso che lo stesso Camillo Pane faceva parte della medesima setta.
Tomaino ammette gesto satanico
La morte di Camillo Pane, della moglie Giuseppina Annamaria e dei figli Eugenio e Anna "è stata un sacrificio". E' quanto ha riferito, nel corso dell'interrogatorio a cui è stato sottoposto, Claudio Tomaino, il giovane fermato con l'accusa di essere uno dei responsabili della strage. Il "sacrificio" a cui ha fatto riferimento Tomaino, riprendendo, tra l'altro, una definizione riferitagli nel corso dell'interrogatorio da un investigatore, è legato all'attività della setta satanica di cui Tomaino ha fatto parte. Ed è proprio nell'ambito del gruppo satanico che i carabinieri cercano adesso gli altri responsabili della strage, almeno tre persone, che avrebbero agito in complicità con Claudio Tomaino.
Cluadio Tomaino
Anche Camillo Pane nella setta
Camillo Pane, ucciso nella strage di Caraffa insieme alla moglie e ai due figli, avrebbe fatto parte della stessa setta satanica cui era affiliato Claudio Tomaino, fermato la scorsa notte con l'accusa di essere stato uno dei responsabili del quadruplice omicidio.
La comune appartenenza di Tomaino e Pane alla setta sarebbe uno degli elementi che costituiscono il movente della strage, movente nel quale si inserirebbero i contrasti di natura economica che c'erano tra Camillo Pane e Claudio Tomaino. Il difensore di Tomaino ha smentito che il suo assistito sia reo confesso. Gli investigatori, invece, sostengono che il giovane avrebbe fatto delle "parziali ammissioni".
In particolare, dagli inquirenti trapela che Tomaino avrebbe detto che l’uccisione di Camillo Pane, della moglie Giuseppina Annamaria e dei figli Eugenio e Anna "e' stata un sacrificio". A tradire il giovane sarebbe stato il telefono cellulare. Gli inquirenti, grazie all'intervento di un esperto in telecomunicazioni che ha utilizzato apparecchiature sofisticate, avrebbero accertato che nel giorno e nell'ora della strage l'uomo sarebbe stato sul luogo del delitto e da lì si sarebbe spostato a Paola, nel cosentino, dove è stata trovata la vettura dei Pane.
Il difensore potrebbe presentare nei prossimi giorni un' istanza perché il suo assistito venga sottoposto a perizia psichiatrica: "Nel prosieguo dell' inchiesta ciò che occorre approfondire, oltre alla dinamica della strage ed alle circostanze che l' hanno preceduta, la personalità di Tomaino, che si presenta particolarmente complessa e che non si esclude possa presentare elementi patologici sul piano psichiatrico".
Sono due le armi che avrebbero sparato lunedì mattina, in località "Tre Olivare" di Caraffa di Catanzaro. Ad attirare l'attenzione dei Carabinieri è una calibro 9X21, di fabbricazione polacca, che il presunto omicida, Claudio Tomaino, deteneva legalmente e per la quale aveva solo l'autorizzazione di custodirla in casa. Ma di essa, al momento, non c'e' traccia.
I primi rilievi balistici hanno evidenziato che i proiettili esplosi contro i Pane sono di calibro compatibile con l'arma di Tomaino. A questo riguardo, comunque, sarebbe emersa l'inutilità dell'esame dello stub, in quanto il sospettato frequenta assiduamente poligoni di tiro e l'esame, secondo gli esperti, darebbe comunque esito positivo.
Dalla calibro 9 sono partiti 4 dei 90 colpi esplosi, come dimostrano i bossoli rinvenuti sul luogo della strage. Il fatto che non si siano trovati altri bossoli è segno che a sparare gli altri colpi sia stata un'arma a tamburo che non lascia tracce.
Difensore: "Non è reo confesso"
Claudio Tomaino non è reo confesso: lo ha riferito il suo difensore, l'avvocato Armando Veneto, riferendosi alle dichiarazioni degli investigatori secondo le quali il giovane fermato avrebbe fatto delle "parziali ammissioni" in relazione alle contestazioni che gli vengono mosse. Secondo l'avvocato Veneto, le parziali ammissioni cui è stato fatto riferimento riguardano il presunto movente della strage legato a pratiche esoteriche e all'attività di una setta satanica "di cui Tomaino - ha aggiunto Veneto - ha ammesso di avere fatto parte".
29.03.2006
Scagionato il cognato.
La morte forse "giunta di Internet"
Nella strage di Catanzaro ci sarebbe un movente certo: Camillo Pane e i suoi familiari erano in contrasto con qualcuno per un fortissimo interesse economico. Una tesi avvalorata dal sequestro di assegni e titoli di credito, da cui si deduce che "la famiglia aveva un giro di soldi". Intanto per Ahmed, il cognato marocchino di Pane, è stato avviato il processo di espulsione: il suo permesso di soggiorno è scaduto.
Il cognato è stato trattenuto sotto interrogatorio nella Questura di Catanzaro per quasi 24 ore. Per l'ora del delitto ha fornito un alibi essendo stato visto in un bar del paese, ma su questo gli accertamenti della polizia proseguono. L' uomo è stato poi condotto nel Cpt di Lamezia Terme in attesa dell'espulsione.
Ora inizieranno le autopsie che potranno fornire qualche chiarezza in più sulla dinamica della strage di Caraffa, ma intanto pare certo che dietro al delitto ci siano interessi economici. Il Questore di Catanzaro Romolo Panico ha detto che la famiglia aveva "interessi: case, terreni". E' probabile che la mattina di lunedì l'intera famiglia, vestita in maniera elegante, si stesse recando a un appuntamento per discutere di un'operazione finanziaria in corso. Ma con chi? Questo rimane ancora il mistero principale legato a questa storia, anche se la pista principale segue la strada della vendetta per forti interessi economici, presumibilmente maturata nell'ambito familiare. In questa direzione acquista interesse il mancato ritrovamento delle due auto della famiglia Pane, una Panda ed una Stilo.
Un'ipotesi confermata anche dalle parole di Irma Pane, sorella di Camillo e moglie di Ahmed Pane, che ai giornalisti ha detto espressamente che il fratello "aveva troppi soldi" invitando gli investigatori ad indagare sulla sua "vita professionale e nel suo passato. Faceva troppi favori a tante persone".
A Decollatura, nel pomeriggio di martedì, sono arrivati da Messina i carabinieri del Ris che hanno avviato un sopralluogo nell'abitazione della famiglia Pane dopo che l'immobile è stato posto sotto sequestro dalla magistratura. Ciò che si vuole accertare è se nella casa lunedì mattina, quando Camillo Pane e i parenti sono partiti per raggiungere, secondo le loro intenzioni, Catanzaro, ci fosse qualcuno estraneo all'ambito familiare. Ulteriori accertamenti tecnici sono stati eseguiti anche nella frazione di Caraffa in cui sono stati trovati i cadaveri di Camillo Pane e dei suoi familiari.
Killer forse arrivati via internet
Caduti i sospetti sul cognato extracomunitario di Camillo Pane, il cui alibi per ora sembra reggere, gli inquirenti starebbero seguendo una nuova pista per giungere ai killer autori della strage. Si starebbe passando gli hard disk dei computer sequestrati nell'abitazione delle vittime. L'attenzione si è concentrata in particolare su alcune foto ma anche su assegni, fatture e carte contabili. Eugenio, il figlio di Camillo Pane, ucciso insieme ai genitori e alla famiglia, era infatti un esperto informatico, abituato a fare acquisti anche importanti on line. E' emerso inoltre che la famiglia sarebbe arrivata sul luogo della strage dal Decollatura, dove abitava, a bordo di un'automobile Stilo. Ma della vettura non è stata ancora trovata traccia.
«La famiglia aveva un giro di soldi»
CATANZARO – È stato rilasciato nella
tarda serata di ieri, dopo quasi 24 ore di
serrati interrogatori, Ahmed Zem Zami, il
marocchino cognato di Camillo Pane, il dipendente
dell’Asl di Lamezia Terme ucciso
barbaramente insieme alla moglie Annamaria
ed i figli Eugenio e Maria nei
pressi di un casolare abbandonato alle
porte di Caraffa, in provincia di Catanzaro.
L’extracomunitario è uscito dalla Questura
a bordo di una volante coprendosi il
volto con un giubbotto di pelle.
Nel corso dell’interrogatorio il cognato
di Camillo Pane ha fornito un alibi che la
polizia sta verificando anche con accertamenti
di natura scientifica. Evidentemente
a carico dell’extracomunitario non sono
emersi, allo stato, elementi tali da giustificare
l’emissione di un provvedimento
di fermo. L’uomo ha anche negato che vi
fossero contrasti con la famiglia Pane. In
particolare, secondo quanto riferito dal
questore, Romolo Panìco, il marocchino
ha sostenuto che i rapporti con la famiglia
Pane, ultimamente, erano sporadici, dopo
la sua decisione di andare a vivere a Soveria
Mannelli in compagnia di un’altra donna.
Ma questa affermazione non ha convinto
gli inquirenti che la riterrebbero
non veritiera.
Il marocchino forse dovrà lasciare il territorio
italiano in quanto il suo permesso
di soggiorno non era stato rinnovato. L’extracomunitario
è stato quindi accompagnato
non a casa ma nel Centro di permanenza
temporanea di Lamezia Terme, in
attesa del disbrigo delle pratiche amministrative
necessarie a perfezionare l'espulsione,
salvo che il magistrato che coordina
le indagini, Salvatore Curcio, non decida
di bloccare il procedimento ritenendo la
presenza dell’immigrato necessaria per
compiere ulteriori accertamenti in merito
al grave fatto di sangue. Inoltre, il marocchino
non aveva acquisito la cittadinanza
del nostro Paese, pur essendo sposato
con un’italiana. «La concessione della
cittadinanza italiana – ha spiegato Panìco
– non è automatica, ma serve una carta di
soggiorno di cui l’uomo non era in possesso.
Aveva un permesso annuale, anche per
motivi di giustizia, l’ultimo dei quali era
scaduto da due mesi».
Sul fronte delle indagini durante la mattinata
gli inquirenti avevano avuto un
vertice in Procura, coordinato dal procuratore
della Repubblica aggiunto, Salvatore
Murone, e dal titolare dell’inchiesta, il
sostituto procuratore della Repubblica,
Salvatore Curcio. Dall’incontro sono scaturite
le direttive che gli inquirenti hanno
seguito in queste ultime ore. In primo luogo
i Carabinieri della compagnia di Soveria
Mannelli, competente per territorio,
hanno eseguito un sopralluogo alla ricerca
di elementi utili alle indagini, sequestrando
diverse cose, fra le quali anche il
computer, cd e dischetti vari, dai quali sarebbe
emerso materiale di particolare interesse,
per certi versi inaspettato. Inoltre,
Eugenio e Maria Pane erano degli assidui
navigatori in Internet. La sorella, in
modo particolare, utilizzava la rete persino
per effettuare i suoi acquisti on line.
Gli
investigatori stanno compiendo accertamenti
anche sul conto corrente bancario
di Camillo Pane per tentare di recuperare
un appiglio utile a risalire al movente della
strage. I carabinieri, nel corso della perquisizione,
hanno sequestrato una corposa
documentazione finanziaria. Si tratterebbe
di assegni, titoli di credito ed altri
documenti da cui si deduce, secondo l’espressione
usata da un investigatore, che
«la famiglia aveva un giro di soldi». La documentazione
sequestrata dimostra, in
particolare, che la famiglia Pane aveva
delle importanti operazioni finanziarie in
corso e che avrebbero comprato da poco
una casa all’asta a Pizzo.
In un secondo tempo sono stati convocati
tutti i parenti della famiglia Pane come
persone informate sui fatti. Dagli interrogatori
sarebbe emerso che nessuno sapeva
dove si sarebbero dovuti recare lunedì,
giorno del quadruplice omicidio. Maria
Pane aveva da alcuni giorni annunciato
alle sue compagne che lunedì non sarebbe
andata a scuola, il liceo scientifico di Decollatura.
Aveva detto che sarebbe andata
dal dentista. E la stessa Anna Pane, la madre
di Maria ed Eugenio, era andata dal
parrucchiere per farsi i capelli in vista della
trasferta catanzarese. Particolari, frammenti
forse ininfluenti, per cercare di capire
cosa sia davvero successo ieri mattina
e perché la famiglia Pane, con una delle
due automobili di proprietà (una «Stilo»,
mentre la «Panda» è rimasta parcheggiata
sotto casa) sia andata incontro al massacro.
Una spiegazione è stata data nella serata
dal questore di Catanzaro, Romolo
Panìco, che non ha però voluto rivelare su
quali elementi è basata questa valutazione
e cosa la famiglia Pane dovesse fare nel
centro del catanzarese. «Avevano – ha aggiunto
Panìco – degli interessi, casa, terreni.
Su questo non posso aggiungere altro».
Il questore ha comunque escluso che la famiglia
Pane sia stata costretta a recarsi a
Caraffa. Così come ha escluso, «in via definitiva
» che si sia trattato di un omicidio di
mafia per le modalità e per altri elementi
raccolti nelle indagini.
Un particolare che ha destato la curiosità
degli inquirenti è l’assenza dei documenti
d’identità dei quattro uccisi che i
killer si sono presi la briga di far scomparire.
C’era forse dell’altra documentazione
che serviva per qualche atto (notarile o
assicurativo), che è stata sottratta.
Gli inquirenti durante gli interrogatori
si sono soffermati sui rapporti tra Camillo
Pane ed i familiari. A tal proposito è stata
sentita, in particolare, Irma Pane, sorella
di Camillo. La donna avrebbe riferito che,
pur essendo ancora sposata con l’immigrato
marocchino, da tempo non convivrebbe
più con lui. Secondo quanto si è appreso,
tra l’altro, l’uomo da alcuni mesi
avrebbe allacciato una relazione sentimentale
con un’altra donna. Nel corso della
deposizione si è fatto anche riferimento
al consistente risarcimento che la donna
avrebbe dovuto ottenere da qui a poco da
un’assicurazione per l’incidente accaduto
nel 1996, quando la donna era alle dipendenze
del Comune di Decollatura, in cui
era morto il figlio che la donna portava in
grembo. Risarcimento per circa 250 mila
euro che viene considerato uno dei possibili
moventi della strage. E proprio per
questo motivo che quasi tutti i fratelli avevano
chiesto la semi interdizione per Irma.
La donna era stata sottoposta a perizia
psichiatrica ed a maggio, davanti al Tribunale
di Lamezia Terme, si svolgerà l'udienza.
I fratelli, tra cui Camillo Pane, avevano
anche chiesto la nomina di un curatore
per il patrimonio della donna. Sembra
che Camillo accusasse il cognato di
stare con Irma – di 23 anni più grande di lui
– solo per motivi di economici (la donna
percepisce una pensione d’invalidità), e
non desiderava che il marocchino s’impossessasse
della somma che la sorella stava
per ricevere.
Intanto, mentre gli inquirenti conducevano
gli interrogatori, il patologo forense
dell’università «Magna Græcia», Giulio
Di Mizio, e gli uomini del Ris (Reparto investigativo
speciale), guidati dal comandante
della sezione balistica Emanuele Paniz,
sono ritornati sulla scena del delitto
per compiere altri accertamenti. Sono stati
recuperati i bossoli ed i proiettili utilizzati
dai killer grazie all’aiuto di un metal
detector e sarà effettuata nelle prossime
ore una comparazione per assegnare ogni
bossolo e ogni proiettile alla persona deceduta.
Da una prima analisi si propende per
l’utilizzo di pistole semiautomatiche calibro
9. Inoltre sarà effettuato l’esame del
Dna ad ogni macchia di sangue in modo da
avere un quadro più chiaro della ricostruzione
dei fatti. Una ipotesi sarebbe quelle
che i componenti della famiglia Pane sarebbero
stati uccisi uno alla vota. La seconda,
la più seguita dagli esperti, propende
per tre o più persone che avrebbero ucciso
quasi contemporaneamente tutti i
componenti e che poi li avrebbero trascinati
nei posti dove sono stati ritrovati e ricoperti
con le lastre di ferro ed i sassi. Stamattina
inizierà invece l’esame autoptico
sulle salme anche se è già stato eseguito l’esame
radiologico che ha evidenziato delle
fratture craniche su ogni componente del
nucleo familiare, nonché alcune tracce di
frammenti di metallo dei proiettili.
La testimonianza della sorella Lina.
"Ho parlato al telefono con l’assassino"
DECOLLATURA – «Siamo
alla stazione di Lamezia,
prendiamo il treno
per Torino e staremo fuori
per un mese. Non
preoccupatevi». Queste le
parole sentite al telefono
da Lina Pane verso le 18 di
lunedì, il giorno della
strage di suo fratello Camillo
e dell’intera famiglia.
Ma Lina non ha mangiato
la foglia. «Era una
voce strana, ho percepito
che non era Camillo quello
che parlava al telefono.
E poi la linea era disturbata,
c’erano rumori, non
capivo granché», spiega
la signora Lina appena
uscita dalla caserma dei
carabinieri di Soveria
Mannelli dove il comandante
Enrico Pigozzo sta
conducendo le indagini.
Tutta la mattinata di ieri
è stata riservata ai familiari
di Camillo, che sono
stati tutti interrogati come
persone informate sui
fatti.
Ma è probabile che Lina
abbia parlato al telefono
con l’assassino? In un’indagine
del genere nulla è
da escludere. E la telefonata
è stata davvero strana.
Innanzitutto perché
chi ha telefonato parlava
non sapendo che Camillo
Pane era stato trovato
morto nel casolare della
campagna di Caraffa, lontano
da Decollatura.
E si
spacciava per Camillo,
dando ad intendere che
insieme alla sua famiglia
sarebbe sparito per almeno
un mese. Un modo per
evitare che scattassero
subito le ricerche della famiglia
trucidata?
Paradossalmente neanche
lei, Lina Pane, a quell’ora
sapeva ancora della
strage di cui era stato vittima
il fratello e tutta la
sua famiglia. E pur avendo
dubbi sull’identità di
chi stava dall’altra parte
del telefono, ha risposto al
presunto fratello anche se
in modo evasivo. Subito
dopo aver chiuso il telefono,
però, Lina è stata assalita
dai sospetti, tanto da
parlarne a casa coi familiari
e in modo sorpreso.
«Era una voce camuffata,
non poteva essere Camillo
», ripete ancora Lina
con gli occhi gonfi di lacrime,
mentre un altro
dei suoi fratelli, Fotino
Pane, la riaccompagna a
casa.
Ma chi ha cancellato
quella famiglia? Fotino,
fratello maggiore di Camillo,
esclude responsabilità
di massimo, l’ex cognato
marocchino: «Non
credo sia capace di fare
cose del genere». Parla invece
con insistenza di un
altro possibile movente
dell’omicidio: «Ci dev’essere
stato di mezzo un affare,
forse mio fratello
aveva comprato una casa
o un terreno da qualche
parte, ma non so dove.
Credo che si debba cercare
in questa direzione»,
dice uscendo dalla caserma
dove anche lui è stato
interrogato.
Fotino, titolare di una
segheria nel paese calabrese,
è addolorato ma anche
sorpreso. «Com’è possibile
che quattro persone
non abbiano reagito davanti
all’assassino? C’era
anche mio nipote Eugenio
che era giovane e ben
messo. Possibile che nessuno
abbia fatto niente
per sfuggire alla furia
omicida?». Domande che
Fotino si rifarà più d’una
volta e per tanto tempo.
(La Gazzetta del Sud)
Cosa successe
Un casolare bruciato dal sole e quattro cadaveri, un’intera famiglia sterminata, cancellata dalla faccia della terra. Un uomo, la moglie, due figli - un ragazzo e una ragazza - assassinati brutalmente. Scenario da Chicago anni ‘20 in un angolo di Calabria a due passi da Catanzaro. La strage è avvenuta nelle campagne di Caraffa, a circa quindici chilometri dal capoluogo. Sotto i colpi di uno o più killer sono caduti Camillo Pane, infermiere dipendente dell’Asl di Lamezia Terme ed in servizio alla Saub di Soveria Mannelli, la moglie Annamaria Pane, casalinga, e i due figli, Eugenio e Maria, entrambi studenti. Il primo aveva 22 anni ed era iscritto alla facoltà di farmacia di Catanzaro, mentre la seconda, di 18 anni, frequentava il quarto anno del liceo scientifico di Decollatura. La famiglia Pane risiedeva ad Adami, una frazione della Presila catanzarese tra Soveria Mannelli e Decollatura. Una telefonata anonima ai Carabinieri della locale stazione ha segnalato che qualcosa nelle campagne di Caraffa ieri mattina non andava per il verso giusto. «Ho sentito degli spari – ha detto la voce la telefono – in località “Tre Olivare”. Andate a vedere cosa è successo ». I militari si sono recati sul posto e non hanno tardato molto a fare la macabra scoperta. Non è facile raggiungere il punto dov’è stata sterminata la famiglia Pane. Salendo lungo la strada che da Settingiano porta a Caraffa, ad un certo punto bisogna abbandonare la “provinciale” per imboccare una stradina interpoderale dapprima asfaltata, poi sempre più stretta e sterrata, una vera e propria mulattiera. Su questa stradina ci sono anche alcuni incroci che portano ai casolari dove gli agricoltori dimorano quando lavorano la terra, si prendono cura delle numerose piante di ulivo o pascolano le mandrie di vacche. Una di queste stradine porta ad un casolare di campagna abbandonato, con parte del tetto in tegole crollato. Lì la scoperta: da sotto alcune lamiere che si usano per ricoprire le abitazioni sporgevano parte dei corpi della famiglia Pane. I cadaveri del marito e della moglie si trovavano all’esterno del casolare; quelli dei due figli all’interno. Tutti sotto delle lamiere e dei sassi. Come se si volesse tentare di nascondere i corpi. Ma prima ancora di giungere al casolare le prime tracce della spaventosa carneficina: una ventina di metri prima del luogo del delitto, una ampia pozza di sangue. Quasi a presagire quello che si sarebbe scorto più avanti. I Carabinieri hanno capito subito, ed hanno immediatamente lanciato l’allarme via radio. Sul posto sono subito giunti, per i primi rilievi ed accertamenti di rito, i militari del reparto operativo guidati dal colonnello Francesco Iacono, il sostituto procuratore della Repubblica, Salvatore Curcio, titolare dell’inchiesta, il patologo forense del’università “Magna Græcia”, Giulio Di Mizio, ed il reparto investigazioni scientifiche dell’Arma. Questi ultimi hanno allertato il Ris di Messina per richiedere sul posto una consulenza immediata. Per controllare la zona è stato utilizzato anche un elicottero che ha sorvolato le immediate vicinanze per scorgere eventuali situazioni sospette. Nel frattempo sono iniziati i primi controlli e le prime verifiche: innanzitutto tre delle quattro persone uccise non avevano documenti. Questo particolare ha rallentato l’identificazione da parte degli investigatori. Solo la figlia quasi maggiorenne aveva una carta d’identità con sé ma la fotografia, certamente datata, sembrava non corrispondere ai tratti di quel giovane corpo riverso. Ma quello che ha insospettito subito è stata la forte somiglianza tra le due donne. Madre e figlia? Un’ipotesi che con il passare delle ore ha preso sempre più corpo. Le due persone più anziane portavano la fede al dito. Marito e moglie? Non ci è voluto molto per riuscire a mettere assieme i mosaici di un puzzle cha ancora ha molte tessere mancanti. Nella serata di ieri c’è stata la conferma dell’identità delle vittime: il fratello di Camillo Pane ha raggiunto l’ospedale “Pugliese” del capoluogo , dove nel frattempo sono state trasferite le salme. Lì l’identificazione che ha tolto ogni dubbio. Sul luogo del barbaro assassinio gli inquirenti non hanno trovato l’auto della famiglia Pane ma, sparsi lì intorno sono stati recuperati alcuni oggetti personali: tre telefonini cellulari, essenziali per l’identificazione delle vittime. Tutto il materiale recuperato è stato posto sotto sequestro. Gli inquirenti hanno già chiesto alle compagnie telefoniche i tabulati e la condizione dei terminali negli ultimi giorni. È possibile ritenere che da queste tracce si possa risalire a elementi utili a ricostruire le ultime ore di vita dei componenti del nucleo familiare. I telefoni cellulari segnalano approssimativamente, nell’interno della cella nella quale funzionano, la loro posizione. Dato che gli inquirenti non trascurano le telefonate ricevute ed inviate dai terminali. In serata, come accennavamo, sono giunti in elicottero gli uomini del Ris di Messina che hanno iniziato immediatamente ad affiancare i colleghi delle investigazioni scientifiche di Catanzaro per i rilievi di rito. La zona è stata piantonata per evitare che qualcuno si possa avvicinare e che le prove possano inquinarsi. I rilievi continueranno anche questa mattina alla ricerca di nuovi indizi. (La Gazzetta del Sud)