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La Strage di Caraffa

 

29/06/2005

 

03.04.2006
I rapitori si accusano a vicenda

Nessuno vuole avere il marchio di assassino del piccolo Tommaso Onofri, il bambino di 18 mesi rapito un mese fa alla periferia di Parma e ritrovato senza vita, sabato a tarda sera, sotto terriccio e arbusti, a pochi metri dal fiume Enza e solo qualche chilometro dalla casa di Casalbaroncolo, teatro del sequestro. Come se poi l’accusa di concorso in un sequestro sballato e tragico fosse un sollievo. Sui verbali restano comunque le accuse a vicenda che, a distanza, l’uno dentro la caserma dei carabinieri, l’altro in questura, si sono rovesciati addosso i due presunti rapitori: Mario Alessi, 44 anni, siciliano, da giorni formalmente indagato per il rapimento e del quale è stato disposto ieri il sequestro della casa, e Salvatore Raimondi, 27 anni, pregiudicato che la sera del 2 marzo lasciò l’impronta sullo scotch utilizzato per legare i genitori e il fratellino di Tommy. Raimondi, davanti ai militari, ha accusato Alessi, che a sua volta, sentito dalla polizia, ha invece detto che è stato il complice a uccidere il piccolo Tommaso. Due versioni di certo contrastanti e che hanno portato ai nuovi interrogatori del pomeriggio nel carcere di via Burla, a Parma, dove si è recato il coordinatore della Dda di Bologna Silverio Piro. La cosa certa è che sul corpicino di Tommy sono stati trovati segni di colpi al capo, provocati con un oggetto contundente. Anche se gli esperti della polizia scientifica invitano alla prudenza: il corpicino è rimasto praticamente senza alcuna protezione per oltre un mese e, allora, per l’esatta causa di morte è assai più saggio aspettare l’a u t o psia. L’incarico verrà formalizzato domani, e sarà fatta entro martedì. I racconti, in ogni caso, non vanno d’accordo. Secondo Raimondi fu Alessi a uccidere il piccolo, strozzandolo, o, comunque, soffocandolo: una rivelazione che ha innescato la reazione del manovale.

A uccidere Tommaso – ha raccontato Alessi ai poliziotti – non sono stato io, ma Raimondi, che l’ha colpito più volte al capo. Colpi che sarebbero stati dati con un badile, o con una piccola vanga. Un oggetto simile, in effetti, è stato trovato durante i sopralluoghi nei campi vicino al posto dove è stato trovato il piccolo: è pur vero, però, che un arnese del genere è piuttosto comune in aperta campagna. Le analisi diranno di più. Inoltre per tutto il giorno è stata setacciata l’area in cui è stato trovato il corpo di Tommy per individuare ogni elemento utile alle indagini. In particolare si cercano oggetti che siano riferibili ai fermati, come caschi da moto, indumenti o tracce di essi ma anche le armi con cui la sera del 2 marzo minacciarono i genitori del bambino prima di rapirlo. Il primo a confessare davanti agli inquirenti dopo ore di interrogatorio è stato Raimondi: ho partecipato al rapimento – ha in pratica raccontato ieri nella caserma del comando provinciale dei carabinieri di Parma – ma non ho ucciso Tommaso. È stato Alessi, che l’ha strozzato. Le parole del complice hanno provocato la reazione di Alessi che, contemporaneamente, era negli uffici della questura di Parma: non è vero nulla – ha in sostanza replicato il manovale – non sono stato io a uccidere Tommaso, ma è stato Raimondi che l’ha colpito al capo. Differenze e, soprattutto, veridicità dei racconti dovranno superare l’ostacolo di numerose verifiche. Così come dovrà essere chiarito con certezza la dinamica del sequestro e il movente: davvero era stato pianificato un rapimento lampo, magari per ricavare poche migliaia di euro? Dai primi accertamenti – h a nno riferito alcune fonti investigative – Tommaso Onofri dovrebbe comunque essere stato ucciso fra i 20 e i 30 minuti che hanno seguito il rapimento, anche se, pure su questo punto, una risposta potrà darla solo l’autopsia. Da chiarire resta anche il ruolo di Antonella Conserva, la compagna di Alessi: la sera del rapimento, almeno secondo alcuni tabulati telefonici e le informazioni delle microcelle, la donna sarebbe stata in giro a bordo della Y10 nera di Raimondi. Perché? Cosa abbia effettivamente fatto in quei minuti non sembra ancora chiaro. Certo è che anche lei sabato è stata fermata con la stessa accusa degli altri due: concorso in sequestro di persona a scopo di estorsione. Accuse che, presto, dovranno essere formalmente aggravate per la morte di Tommaso, almeno per Alessi e Raimondi. Ma i loro potrebbero non essere gli ultimi nomi dell’inchiesta perchè gli investigatori vogliono essere certi che nessuno abbiamo aiutato i tre fermati nel piano o con un «semplice » favoreggiamento. Una certezza che, ancora, non c'è.

 
IL PARERE DEL CRIMINOLOGO
ROMA– «Uguale!». lo psichiatra criminologo Massimo Picozzi ne è certo, quasi sorpreso per le somiglianze fra il caso di Tommaso e quello di Baby Lindbergh, il figlio di 2 anni dell’aviatore celebre per la trasvolata oceanica del 1927. Somiglia invece a quello di tanti criminali il comportamento di Mario Alessi, il muratore accusato di avere ucciso il piccolo Onofri. Il giudizio dell’esperto è che si sia esposto con troppe dichiarazioni, così come tanti che in altre vicende hanno pensato di portare fuori strada gli investigatori. Baby Lindbergh morì subito dopo il rapimento, come Tommaso, ma in quel caso forse per una caduta da una scala. Una vicenda quasi sovrapponibile per certi aspetti, almeno per quelli che riguardano i tempi: poco più di un mese di sequestro per il piccolo Charles J. e poi la scoperta, come per il piccolo Onofri, del corpo vicino alla casa. Allora, come è avvenuto per Tommaso, la caccia all’uomo lasciò il paese con il fiato sospeso. La Casa Bianca, l’FBI, e tutta la stampa internazionale si mobilitano per cercare di svelare i misteri del caso definito il «crimine del secolo». In quella storia fu accusato Bruno Hauptmann, un immigrato tedesco, carpentiere ed ex detenuto (anche in questo caso un’altra analogia), processato tre anni dopo e giustiziato sulla sedia elettrica nonostante la sua presunta innocenza. Poi la storia di Tommaso per il resto si differenzia. Il comportamento di Mario Alessi per Picozzi, non suscita invece nessuna sorpresa: voleva mettere fuori strada gli investigatori e l’opinione pubblica. «È un errore. I nostri sono detective di eccellenza nel mondo, li conosco e sono consapevole di quello che dico» ha detto Picozzi. Un investigatore esperto sa infatti che la regola del professionista è quella di stare zitti: «chi nasconde qualche cosa non deve dare dettagli che rischierebbero di farlo cadere in contraddizione. Solo così è veramente difficile scoprire la verità». «È clamorosamente normale – ha aggiunto – il comportamento dei criminali non abituali di apparire collaborativi e nello sforzo di controllare la situazione cadono nell’eccesso». E così parlano troppo, fanno dichiarazioni, lanciano appelli, proprio come Alessi. Il loro obiettivo è quello di apparire dalla parte dei buoni, distogliere l’a ttenzione negativa su se stessi. Ma è propri questo l’errore: «In quel caso infatti le attenzioni di chi svolge le indagini aumentano subito». «Non serve poi analizzare le frasi che ha detto – ha aggiunto - entrando nello specifico, sono tutte cialtronerie non significative». Alessi ha parlato dei bambini come angeli da non toccare, si è rivolto ai rapitori chiedendone la liberazione, insomma, ha «esagerato». E la preoccupazione che traspariva dalle sue parole, per Picozzi, non è segno di nulla: «Era certamente in ansia».
 
La famiglia di Alessi: no al perdono
«Per noi sono morti. L’unica cosa che ci interessa è il futuro di nostro nipote». Gli occhi arrossati tradiscono la notte in bianco: Salvatore Alessi e sua moglie Antonella Pace, fratello e cognata di Mario Alessi, uno dei rapitori del piccolo Tommaso Onofri, non riescono a trattenere la rabbia. Salvatore è gemello di Mario; da quando aveva 16 anni è costretto su una sedia a rotelle. Una lite per motivi economici con un cognato finì in tragedia euncolpo di pistola gli spezzò la colonna vertebrale. Adesso questo nuovo dramma familiare. «Eravamo certi che Mario, col sequestro, non c’entrasse nulla – dicono i due coniugi – Ce lo aveva giurato e gli avevamo creduto. Ma ora è crollato tutto. Lui e la sua compagna per noi non esistono più». In mattinata la famiglia Alessi aveva affidato ad un legale, l'avvocato Rosina Amoroso, il compito di fare da portavoce con i giornalisti. Nel pomeriggio, la decisione di convocare una conferenza stampa nella casa di san Biagio Platani, il paese in provincia di Agrigento, in cui fino a pochi anni fa ha vissuto anche Mario. «Perdonarlo? È impossibile», ripetono in coro. «L’unica cosa che ci interessa è aiutare nostro nipote». Mario Alessi e la compagna, Antonella Conserva, anche lei coinvolta nel sequestro, hanno un bimbo di 6 anni cardiopatico. Dopo il fermo dei genitori è stato portato dai nonni materni. «Sono anziani – dice Antonella – non possono occuparsene. Per questo chiederemo al giudice di affidarcelo temporaneamente». L’istanza potrebbe essere presentata già domattina. Il legale ha ricevuto l’incarico di depositarla la scorsa notte a poche ore dalla notizia della confessione dei sequestratori. «Per un periodo – racconta la donna -, quando Mario era in carcere per violenza carnale, il bambino è stato con noi. Ora ha bisogno di un ambiente sereno in cui crescere e di qualcuno che gli spieghi, anche con l’aiuto di uno psicologo, cosa è accaduto ai suoi genitori». Col nipote hanno parlato al telefono nel pomeriggio. «Ci ha chiesto di mamma e papà – dicono – Gli abbiamo detto che sono dovuti partire e che dovrà attendere tranquillo il loro ritorno». All’innocenza del fratello Salvatore ha creduto fino a quando, in tv, si è cominciato a parlare dei tanti lati oscuri dell’alibi. «L'ho chiamato – racconta -. Per due volte gli ho chiesto spiegazioni. Mi ha rassicurato. Proprio come aveva fatto quando l’avevano accusato di avere violentato una ragazza del paese. Ha mentito di nuovo». Eanche questa vicenda giudiziaria torna prepotentemente alla ribalta. Per il sequestro e lo stupro di una sedicenne che si era appartata in auto con il fidanzato, un giovane carabiniere, Alessi era stato condannato a 6 anni di carcere. Fino ad ora aveva scontato, in custodia cautelare, solo 5 mesi. La sentenza dovrebbe diventare definitiva in Cassazione tra pochi mesi. Al telefono col fratello, Mario, probabilmente sapendo di essere intercettato dagli investigatori, ribadiva la sua innocenza nella vicenda del piccolo Tommy. Ma che gli Alessi avessero problemi economici, Salvatore e la moglie l’avevano capito da mesi.
 

 
 
01.04.2006
SONO ANCORA troppi i misteri che gravano sulla strage di Caraffa. Il fermo di Claudio Tomaino, nipote di Camillo Pane, ucciso assieme alla moglie Annamaria ed ai figli Eugenio e Maria, ha chiarito le presunte responsabilità di uno degli esecutori materiali della strage, ma riguardo ai suoi complici e sul movente della strage il quadro è ancora tutto da chiarire. La questione da sciogliere riguarda l’identità dei complici di Tomaino, uno dei quali potrebbe essere stato addirittura lo stesso Eugenio Pane. Tra i due cugini ci sarebbe stato uno stretto rapporto, originato dal fatto di essere affiliati alla stessa setta satanica. Tra Tomaino ed Eugenio Pane ci sarebbe stato un accordo per spartirsi gli ingenti beni della famiglia Pane, migliaia e migliaia di euro provento soprattutto dell’attività di compravendita di case e terreni fatta attraverso il controllo delle aste giudiziarie. Che gli investigatori sospettino che una delle vittime possa essere stata in possesso di un’arma in occasione dell’incontro a Caraffa con Claudio Tomaino, e che possa addirittura averla usata, è dimostrato dal fatto che i cadaveri sono stati sottoposti a stub. L’esito dello stub su Eugenio Pane non c’è ancora, per cui l’accordo con Tomainoè tutto da dimostrare.
 
 
IL TESTO INTEGRALE A SATANA
Nel manoscritto ritrovato nella villetta di Tomaino espressa la precisa volontà di eliminare la famiglio dello zio Camillo Pane
«Io sottoscritto, Claudio Tomaino, nato a Soveria Mannelli l'8-3-1977, mi impegno a donare la mia anima da morto e la mia da vivo nel servire il grande maestro e signore del male Satana, se lui si impegna a darmi in cambio felicità, denaro e lunga vita, aiutandomi a non fare carcere, ad eliminare zio Camillo e famiglia e a creare una famiglia con dei figli con Daniela, la mia compagna, e di rendere felice anche mia madre, ed io in cambio per lui farò tutto quello che vorrà».
 
Dubbi su pista Satana
Il contratto con Satana, trovato a casa di Claudio Tomaìno, secondo i riti esoterici sarebbe dovuto essere bruciato. Lo hanno detto gli inquirenti, precisando che tutte le piste restano ancora aperte. L'uomo è accusato di aver ucciso lo zio Camillo Pane, trovato morto lunedì scorso insieme alla moglie e ai due figli. I carabinieri cercano altre 3 persone.
 
30.03.2006

È proseguito sino a tarda ora, ieri sera in Procura, l'interrogatorio di Claudio Tomaino, 29 anni, nipote di Camillo Pane, l'infermiere di Decollatura assassinato con la sua famiglia, la moglie Annamaria ed i figli Eugenio e Maria, a Caraffa un comune alle porte di Catanzaro. Claudio Tomaino è stato iscritto ieri nel registro degli indagati per il reato di omicidio plurimo. Il giovane è figlio di Maria Cecilia, una sorella della vittima. Ad interrogarlo il sostituto procuratore della Repubblica Salvatore Curcio, titolare dell'inchiesta. Tomaino possiede una pistola calibro 9, lo stesso utilizzato per compiere la strage, per la quale aveva regolare porto d'armi per conservarla in casa, ma non per portarla all'esterno. L' arma non sarebbe stata trovata. Tomaino avrebbe detto di averla consegnata a Camillo Pane perchè quest'ultimo, secondo quanto ha riferito, aveva paura del cognato marocchino. La svolta nelle indagini è maturata tra martedì sera e la mattinata di ieri. Nella serata di martedì infatti era stata abbandonata definitivamente la pista che aveva condotto al lunghissimo interrogatorio, quasi 24 ore, del cognato marocchino di Camillo Pane, nell'ipotesi che l'extracomunitario, sposato ad Irma Pane, potesse aver avuto particolari mire sull'ingente somma di denaro che la donna deve ricevere quale indennizzo a seguito di un incidente stradale nel quale perse il bambino che portava in grembo. Un nuovo indizio era giunto proprio dalla donna che aveva detto agli inquirenti che il fratello «aveva troppi soldi» e di indagare sulla sua «vita professionale e sul suo passato. Faceva troppi favori a tante persone». Infatti nel corso della perquisizione dell'abitazione della famiglia Pane è spuntato fuori materiale molto interessante, come una corposa documentazione finanziaria, assegni, titoli di credito inusuali per le normali possibilità di un infermiere e che avrebbero confermato il "giro di soldi della famiglia", come riferito da un inquirente. I militari hanno anche portato via il computer che si trovava nell'abitazione con i Cd ed i dischetti dai quali sarebbe emerso materiale molto interessante ai fini delle indagini. Proprio da questo materiale sequestrato si sarebbe risaliti a Claudio Tomaino. Il giovane era una sorta di consulente finanziario dello zio, che si occupava di aste giudiziarie, dal quale avrebbe avuto l'informazione giusta che gli avrebbe consentito di acquistare all'asta una casa a Pizzo. In passato Claudio Tomaino era stato anche socio in un'attività di restauro di mobili antichi dello zio che sarebbe tuttora aperta e funzionante. I dissidi tra i due potrebbero essere nati proprio nella gestione di questa attività. Claudio Tomaino era già stato sentito dagli inquirenti nell'ambito della strage dei parenti. Il giovane si sarebbe presentato martedì sera al commissariato di Lamezia Terme riferendo che era con lui che Camillo Pane ed i familiari avevano appuntamento a Caraffa il giorno che furono uccisi. Dopo la svolta, il "sostituto" Salvatore Curcio ha convocato nel primo pomeriggio di ieri un vertice in Procura al quale hanno partecipato il capitano del Ris (Reparto investigativo speciale) di Messina, e comandante della sezione balistica, Emanuele Paniz, i militari dell'Arma della sezione scientifica del reparto operativo della compagnia provinciale di Catanzaro ed il patologo forense dell'università "Magna Græcia" del capoluogo, Giulio Di Mizio. Proprio quest'ultimo, insieme agli uomini del Ris e del reparto scientifico erano ritornati in mattinata sul luogo del delitto per ulteriori indagini. Quasi contemporaneamente alla convocazione del vertice in Procura, l'ennesimo colpo di scena: è stata ritrovata la macchina della famiglia Pane. La Fiat Stilo si trovava parcheggiata nei pressi della stazione ferroviaria di Paola. Un tassello che confermerebbe l'ipotesi di depistaggio messa in atto dai killer. La sorella di Camillo Pane, Lina, ha raccontato che la sera di lunedì, intorno alle 18,30, quando ormai la strage era stata già consumata, ricevette una telefonata nella quale qualcuno, spacciandosi per il fratello, con voce contraffatta, le annunciava la partenza della famiglia per Torino e che sarebbero stati via per un mese. Un evidente tentativo, secondo gli inquirenti, di far credere che i Pane si fossero allontanati volontariamente dal paese. Anche per questo motivo i cadaveri della famiglia Pane sarebbero stati ricoperti di lamiere e pietre. Gli assassini non volevano che i corpi si ritrovassero così in fretta. Ma qualcosa è andato storto. Qualcuno ha sentito gli spari ed ha messo in moto la macchina investigativa. Al termine del vertice in Procura, il cui contenuto è riservato, gli uomini del Ris e quelli della scientifica del comando provinciale si sono subito recati a Paola per effettuare i primi rilievi. La macchina non è stata spostata ed è stata attentamente ispezionata alla ricerca di elementi utili alle indagini. In particolare vengono cercate eventuali impronte digitali lasciate da chi ha guidato la vettura dal luogo dell'omicidio sino a Paola e che sicuramente è a conoscenza di quanto è accaduto, anche se potrebbe non essere stato materialmente l'autore del quadruplice omicidio ma semplicemente un complice. Una volta ultimati i primi accertamenti, l'auto quasi sicuramente, sarà trasferita a Catanzaro per effettuare rilievi più approfonditi. Nel frattempo, nel Tribunale di Catanzaro, interdetto ai giornalisti che si sono assiepati nei pressi sin dalla mattinata, il sostituto procuratore Curcio ha voluto nuovamente fare il punto della situazione. Stavolta col procuratore capo, Mariano Lombardi, ed il patologo forense, Giulio Di Mizio. Subito dopo l'arrivo di Claudio Tomaino, accompagnato da Armando Veneto, legale di fiducia, per l'interrogatorio.

Dai primi interrogatori a cui è stato sottoposto Claudio Tomaino, il giovane fermato la scorsa notte con l'accusa di essere uno dei responsabili della strage di Caraffa, troverebbe conferma la pista della setta satanica. Tomaino avrebbe riferito che la morte di Camillo Pane, della moglie e dei figli "è stata un sacrificio". Sarebbe anche emerso che lo stesso Camillo Pane faceva parte della medesima setta.

Tomaino ammette gesto satanico La morte di Camillo Pane, della moglie Giuseppina Annamaria e dei figli Eugenio e Anna "è stata un sacrificio". E' quanto ha riferito, nel corso dell'interrogatorio a cui è stato sottoposto, Claudio Tomaino, il giovane fermato con l'accusa di essere uno dei responsabili della strage. Il "sacrificio" a cui ha fatto riferimento Tomaino, riprendendo, tra l'altro, una definizione riferitagli nel corso dell'interrogatorio da un investigatore, è legato all'attività della setta satanica di cui Tomaino ha fatto parte. Ed è proprio nell'ambito del gruppo satanico che i carabinieri cercano adesso gli altri responsabili della strage, almeno tre persone, che avrebbero agito in complicità con Claudio Tomaino.

Cluadio Tomaino

Anche Camillo Pane nella setta Camillo Pane, ucciso nella strage di Caraffa insieme alla moglie e ai due figli, avrebbe fatto parte della stessa setta satanica cui era affiliato Claudio Tomaino, fermato la scorsa notte con l'accusa di essere stato uno dei responsabili del quadruplice omicidio.

La comune appartenenza di Tomaino e Pane alla setta sarebbe uno degli elementi che costituiscono il movente della strage, movente nel quale si inserirebbero i contrasti di natura economica che c'erano tra Camillo Pane e Claudio Tomaino. Il difensore di Tomaino ha smentito che il suo assistito sia reo confesso. Gli investigatori, invece, sostengono che il giovane avrebbe fatto delle "parziali ammissioni".

In particolare, dagli inquirenti trapela che Tomaino avrebbe detto che l’uccisione di Camillo Pane, della moglie Giuseppina Annamaria e dei figli Eugenio e Anna "e' stata un sacrificio". A tradire il giovane sarebbe stato il telefono cellulare. Gli inquirenti, grazie all'intervento di un esperto in telecomunicazioni che ha utilizzato apparecchiature sofisticate, avrebbero accertato che nel giorno e nell'ora della strage l'uomo sarebbe stato sul luogo del delitto e da lì si sarebbe spostato a Paola, nel cosentino, dove è stata trovata la vettura dei Pane.

Il difensore potrebbe presentare nei prossimi giorni un' istanza perché il suo assistito venga sottoposto a perizia psichiatrica: "Nel prosieguo dell' inchiesta ciò che occorre approfondire, oltre alla dinamica della strage ed alle circostanze che l' hanno preceduta, la personalità di Tomaino, che si presenta particolarmente complessa e che non si esclude possa presentare elementi patologici sul piano psichiatrico".

Sono due le armi che avrebbero sparato lunedì mattina, in località "Tre Olivare" di Caraffa di Catanzaro. Ad attirare l'attenzione dei Carabinieri è una calibro 9X21, di fabbricazione polacca, che il presunto omicida, Claudio Tomaino, deteneva legalmente e per la quale aveva solo l'autorizzazione di custodirla in casa. Ma di essa, al momento, non c'e' traccia.

I primi rilievi balistici hanno evidenziato che i proiettili esplosi contro i Pane sono di calibro compatibile con l'arma di Tomaino. A questo riguardo, comunque, sarebbe emersa l'inutilità dell'esame dello stub, in quanto il sospettato frequenta assiduamente poligoni di tiro e l'esame, secondo gli esperti, darebbe comunque esito positivo.

Dalla calibro 9 sono partiti 4 dei 90 colpi esplosi, come dimostrano i bossoli rinvenuti sul luogo della strage. Il fatto che non si siano trovati altri bossoli è segno che a sparare gli altri colpi sia stata un'arma a tamburo che non lascia tracce.

Difensore: "Non è reo confesso" Claudio Tomaino non è reo confesso: lo ha riferito il suo difensore, l'avvocato Armando Veneto, riferendosi alle dichiarazioni degli investigatori secondo le quali il giovane fermato avrebbe fatto delle "parziali ammissioni" in relazione alle contestazioni che gli vengono mosse. Secondo l'avvocato Veneto, le parziali ammissioni cui è stato fatto riferimento riguardano il presunto movente della strage legato a pratiche esoteriche e all'attività di una setta satanica "di cui Tomaino - ha aggiunto Veneto - ha ammesso di avere fatto parte".

 

 
 
29.03.2006
Scagionato il cognato. La morte forse "giunta di Internet"

Nella strage di Catanzaro ci sarebbe un movente certo: Camillo Pane e i suoi familiari erano in contrasto con qualcuno per un fortissimo interesse economico. Una tesi avvalorata dal sequestro di assegni e titoli di credito, da cui si deduce che "la famiglia aveva un giro di soldi". Intanto per Ahmed, il cognato marocchino di Pane, è stato avviato il processo di espulsione: il suo permesso di soggiorno è scaduto.

Il cognato è stato trattenuto sotto interrogatorio nella Questura di Catanzaro per quasi 24 ore. Per l'ora del delitto ha fornito un alibi essendo stato visto in un bar del paese, ma su questo gli accertamenti della polizia proseguono. L' uomo è stato poi condotto nel Cpt di Lamezia Terme in attesa dell'espulsione. Ora inizieranno le autopsie che potranno fornire qualche chiarezza in più sulla dinamica della strage di Caraffa, ma intanto pare certo che dietro al delitto ci siano interessi economici. Il Questore di Catanzaro Romolo Panico ha detto che la famiglia aveva "interessi: case, terreni". E' probabile che la mattina di lunedì l'intera famiglia, vestita in maniera elegante, si stesse recando a un appuntamento per discutere di un'operazione finanziaria in corso. Ma con chi? Questo rimane ancora il mistero principale legato a questa storia, anche se la pista principale segue la strada della vendetta per forti interessi economici, presumibilmente maturata nell'ambito familiare. In questa direzione acquista interesse il mancato ritrovamento delle due auto della famiglia Pane, una Panda ed una Stilo.  Un'ipotesi confermata anche dalle parole di Irma Pane, sorella di Camillo e moglie di Ahmed Pane, che ai giornalisti ha detto espressamente che il fratello "aveva troppi soldi" invitando gli investigatori ad indagare sulla sua "vita professionale e nel suo passato. Faceva troppi favori a tante persone".     A Decollatura, nel pomeriggio di martedì, sono arrivati da Messina i carabinieri del Ris che hanno avviato un sopralluogo nell'abitazione della famiglia Pane dopo che l'immobile è stato posto sotto sequestro dalla magistratura. Ciò che si vuole accertare è se nella casa lunedì mattina, quando Camillo Pane e i parenti sono partiti per raggiungere, secondo le loro intenzioni, Catanzaro, ci fosse qualcuno estraneo all'ambito familiare. Ulteriori accertamenti tecnici sono stati eseguiti anche nella frazione di Caraffa in cui sono stati trovati i cadaveri di Camillo Pane e dei suoi familiari. Killer forse arrivati via internet Caduti i sospetti sul cognato extracomunitario di Camillo Pane, il cui alibi per ora sembra reggere, gli inquirenti starebbero seguendo una nuova pista per giungere ai killer autori della strage. Si starebbe passando gli hard disk dei computer sequestrati nell'abitazione delle vittime. L'attenzione si è concentrata in particolare su alcune foto ma anche su assegni, fatture e carte contabili. Eugenio, il figlio di Camillo Pane, ucciso insieme ai genitori e alla famiglia, era infatti un esperto informatico, abituato a fare acquisti anche importanti on line. E' emerso inoltre che la famiglia sarebbe arrivata sul luogo della strage dal Decollatura, dove abitava, a bordo di un'automobile Stilo. Ma della vettura non è stata ancora trovata traccia.

 
«La famiglia aveva un giro di soldi»

CATANZARO – È stato rilasciato nella tarda serata di ieri, dopo quasi 24 ore di serrati interrogatori, Ahmed Zem Zami, il marocchino cognato di Camillo Pane, il dipendente dell’Asl di Lamezia Terme ucciso barbaramente insieme alla moglie Annamaria ed i figli Eugenio e Maria nei pressi di un casolare abbandonato alle porte di Caraffa, in provincia di Catanzaro. L’extracomunitario è uscito dalla Questura a bordo di una volante coprendosi il volto con un giubbotto di pelle. Nel corso dell’interrogatorio il cognato di Camillo Pane ha fornito un alibi che la polizia sta verificando anche con accertamenti di natura scientifica. Evidentemente a carico dell’extracomunitario non sono emersi, allo stato, elementi tali da giustificare l’emissione di un provvedimento di fermo. L’uomo ha anche negato che vi fossero contrasti con la famiglia Pane. In particolare, secondo quanto riferito dal questore, Romolo Panìco, il marocchino ha sostenuto che i rapporti con la famiglia Pane, ultimamente, erano sporadici, dopo la sua decisione di andare a vivere a Soveria Mannelli in compagnia di un’altra donna. Ma questa affermazione non ha convinto gli inquirenti che la riterrebbero non veritiera. Il marocchino forse dovrà lasciare il territorio italiano in quanto il suo permesso di soggiorno non era stato rinnovato. L’extracomunitario è stato quindi accompagnato non a casa ma nel Centro di permanenza temporanea di Lamezia Terme, in attesa del disbrigo delle pratiche amministrative necessarie a perfezionare l'espulsione, salvo che il magistrato che coordina le indagini, Salvatore Curcio, non decida di bloccare il procedimento ritenendo la presenza dell’immigrato necessaria per compiere ulteriori accertamenti in merito al grave fatto di sangue. Inoltre, il marocchino non aveva acquisito la cittadinanza del nostro Paese, pur essendo sposato con un’italiana. «La concessione della cittadinanza italiana – ha spiegato Panìco – non è automatica, ma serve una carta di soggiorno di cui l’uomo non era in possesso. Aveva un permesso annuale, anche per motivi di giustizia, l’ultimo dei quali era scaduto da due mesi». Sul fronte delle indagini durante la mattinata gli inquirenti avevano avuto un vertice in Procura, coordinato dal procuratore della Repubblica aggiunto, Salvatore Murone, e dal titolare dell’inchiesta, il sostituto procuratore della Repubblica, Salvatore Curcio. Dall’incontro sono scaturite le direttive che gli inquirenti hanno seguito in queste ultime ore. In primo luogo i Carabinieri della compagnia di Soveria Mannelli, competente per territorio, hanno eseguito un sopralluogo alla ricerca di elementi utili alle indagini, sequestrando diverse cose, fra le quali anche il computer, cd e dischetti vari, dai quali sarebbe emerso materiale di particolare interesse, per certi versi inaspettato. Inoltre, Eugenio e Maria Pane erano degli assidui navigatori in Internet. La sorella, in modo particolare, utilizzava la rete persino per effettuare i suoi acquisti on line.

 

 

Gli investigatori stanno compiendo accertamenti anche sul conto corrente bancario di Camillo Pane per tentare di recuperare un appiglio utile a risalire al movente della strage. I carabinieri, nel corso della perquisizione, hanno sequestrato una corposa documentazione finanziaria. Si tratterebbe di assegni, titoli di credito ed altri documenti da cui si deduce, secondo l’espressione usata da un investigatore, che «la famiglia aveva un giro di soldi». La documentazione sequestrata dimostra, in particolare, che la famiglia Pane aveva delle importanti operazioni finanziarie in corso e che avrebbero comprato da poco una casa all’asta a Pizzo. In un secondo tempo sono stati convocati tutti i parenti della famiglia Pane come persone informate sui fatti. Dagli interrogatori sarebbe emerso che nessuno sapeva dove si sarebbero dovuti recare lunedì, giorno del quadruplice omicidio. Maria Pane aveva da alcuni giorni annunciato alle sue compagne che lunedì non sarebbe andata a scuola, il liceo scientifico di Decollatura. Aveva detto che sarebbe andata dal dentista. E la stessa Anna Pane, la madre di Maria ed Eugenio, era andata dal parrucchiere per farsi i capelli in vista della trasferta catanzarese. Particolari, frammenti forse ininfluenti, per cercare di capire cosa sia davvero successo ieri mattina e perché la famiglia Pane, con una delle due automobili di proprietà (una «Stilo», mentre la «Panda» è rimasta parcheggiata sotto casa) sia andata incontro al massacro. Una spiegazione è stata data nella serata dal questore di Catanzaro, Romolo Panìco, che non ha però voluto rivelare su quali elementi è basata questa valutazione e cosa la famiglia Pane dovesse fare nel centro del catanzarese. «Avevano – ha aggiunto Panìco – degli interessi, casa, terreni. Su questo non posso aggiungere altro». Il questore ha comunque escluso che la famiglia Pane sia stata costretta a recarsi a Caraffa. Così come ha escluso, «in via definitiva » che si sia trattato di un omicidio di mafia per le modalità e per altri elementi raccolti nelle indagini. Un particolare che ha destato la curiosità degli inquirenti è l’assenza dei documenti d’identità dei quattro uccisi che i killer si sono presi la briga di far scomparire. C’era forse dell’altra documentazione che serviva per qualche atto (notarile o assicurativo), che è stata sottratta. Gli inquirenti durante gli interrogatori si sono soffermati sui rapporti tra Camillo Pane ed i familiari. A tal proposito è stata sentita, in particolare, Irma Pane, sorella di Camillo. La donna avrebbe riferito che, pur essendo ancora sposata con l’immigrato marocchino, da tempo non convivrebbe più con lui. Secondo quanto si è appreso, tra l’altro, l’uomo da alcuni mesi avrebbe allacciato una relazione sentimentale con un’altra donna. Nel corso della deposizione si è fatto anche riferimento al consistente risarcimento che la donna avrebbe dovuto ottenere da qui a poco da un’assicurazione per l’incidente accaduto nel 1996, quando la donna era alle dipendenze del Comune di Decollatura, in cui era morto il figlio che la donna portava in grembo. Risarcimento per circa 250 mila euro che viene considerato uno dei possibili moventi della strage. E proprio per questo motivo che quasi tutti i fratelli avevano chiesto la semi interdizione per Irma. La donna era stata sottoposta a perizia psichiatrica ed a maggio, davanti al Tribunale di Lamezia Terme, si svolgerà l'udienza. I fratelli, tra cui Camillo Pane, avevano anche chiesto la nomina di un curatore per il patrimonio della donna. Sembra che Camillo accusasse il cognato di stare con Irma – di 23 anni più grande di lui – solo per motivi di economici (la donna percepisce una pensione d’invalidità), e non desiderava che il marocchino s’impossessasse della somma che la sorella stava per ricevere. Intanto, mentre gli inquirenti conducevano gli interrogatori, il patologo forense dell’università «Magna Græcia», Giulio Di Mizio, e gli uomini del Ris (Reparto investigativo speciale), guidati dal comandante della sezione balistica Emanuele Paniz, sono ritornati sulla scena del delitto per compiere altri accertamenti. Sono stati recuperati i bossoli ed i proiettili utilizzati dai killer grazie all’aiuto di un metal detector e sarà effettuata nelle prossime ore una comparazione per assegnare ogni bossolo e ogni proiettile alla persona deceduta. Da una prima analisi si propende per l’utilizzo di pistole semiautomatiche calibro 9. Inoltre sarà effettuato l’esame del Dna ad ogni macchia di sangue in modo da avere un quadro più chiaro della ricostruzione dei fatti. Una ipotesi sarebbe quelle che i componenti della famiglia Pane sarebbero stati uccisi uno alla vota. La seconda, la più seguita dagli esperti, propende per tre o più persone che avrebbero ucciso quasi contemporaneamente tutti i componenti e che poi li avrebbero trascinati nei posti dove sono stati ritrovati e ricoperti con le lastre di ferro ed i sassi. Stamattina inizierà invece l’esame autoptico sulle salme anche se è già stato eseguito l’esame radiologico che ha evidenziato delle fratture craniche su ogni componente del nucleo familiare, nonché alcune tracce di frammenti di metallo dei proiettili.

La testimonianza della sorella Lina. "Ho parlato al telefono con l’assassino"

DECOLLATURA – «Siamo alla stazione di Lamezia, prendiamo il treno per Torino e staremo fuori per un mese. Non preoccupatevi». Queste le parole sentite al telefono da Lina Pane verso le 18 di lunedì, il giorno della strage di suo fratello Camillo e dell’intera famiglia. Ma Lina non ha mangiato la foglia. «Era una voce strana, ho percepito che non era Camillo quello che parlava al telefono. E poi la linea era disturbata, c’erano rumori, non capivo granché», spiega la signora Lina appena uscita dalla caserma dei carabinieri di Soveria Mannelli dove il comandante Enrico Pigozzo sta conducendo le indagini. Tutta la mattinata di ieri è stata riservata ai familiari di Camillo, che sono stati tutti interrogati come persone informate sui fatti. Ma è probabile che Lina abbia parlato al telefono con l’assassino? In un’indagine del genere nulla è da escludere. E la telefonata è stata davvero strana. Innanzitutto perché chi ha telefonato parlava non sapendo che Camillo Pane era stato trovato morto nel casolare della campagna di Caraffa, lontano da Decollatura.

E si spacciava per Camillo, dando ad intendere che insieme alla sua famiglia sarebbe sparito per almeno un mese. Un modo per evitare che scattassero subito le ricerche della famiglia trucidata? Paradossalmente neanche lei, Lina Pane, a quell’ora sapeva ancora della strage di cui era stato vittima il fratello e tutta la sua famiglia. E pur avendo dubbi sull’identità di chi stava dall’altra parte del telefono, ha risposto al presunto fratello anche se in modo evasivo. Subito dopo aver chiuso il telefono, però, Lina è stata assalita dai sospetti, tanto da parlarne a casa coi familiari e in modo sorpreso. «Era una voce camuffata, non poteva essere Camillo », ripete ancora Lina con gli occhi gonfi di lacrime, mentre un altro dei suoi fratelli, Fotino Pane, la riaccompagna a casa. Ma chi ha cancellato quella famiglia? Fotino, fratello maggiore di Camillo, esclude responsabilità di massimo, l’ex cognato marocchino: «Non credo sia capace di fare cose del genere». Parla invece con insistenza di un altro possibile movente dell’omicidio: «Ci dev’essere stato di mezzo un affare, forse mio fratello aveva comprato una casa o un terreno da qualche parte, ma non so dove. Credo che si debba cercare in questa direzione», dice uscendo dalla caserma dove anche lui è stato interrogato. Fotino, titolare di una segheria nel paese calabrese, è addolorato ma anche sorpreso. «Com’è possibile che quattro persone non abbiano reagito davanti all’assassino? C’era anche mio nipote Eugenio che era giovane e ben messo. Possibile che nessuno abbia fatto niente per sfuggire alla furia omicida?». Domande che Fotino si rifarà più d’una volta e per tanto tempo.

(La Gazzetta del Sud)

 
 
Cosa successe

Un casolare bruciato dal sole e quattro cadaveri, un’intera famiglia sterminata, cancellata dalla faccia della terra. Un uomo, la moglie, due figli - un ragazzo e una ragazza - assassinati brutalmente. Scenario da Chicago anni ‘20 in un angolo di Calabria a due passi da Catanzaro. La strage è avvenuta nelle campagne di Caraffa, a circa quindici chilometri dal capoluogo. Sotto i colpi di uno o più killer sono caduti Camillo Pane, infermiere dipendente dell’Asl di Lamezia Terme ed in servizio alla Saub di Soveria Mannelli, la moglie Annamaria Pane, casalinga, e i due figli, Eugenio e Maria, entrambi studenti. Il primo aveva 22 anni ed era iscritto alla facoltà di farmacia di Catanzaro, mentre la seconda, di 18 anni, frequentava il quarto anno del liceo scientifico di Decollatura. La famiglia Pane risiedeva ad Adami, una frazione della Presila catanzarese tra Soveria Mannelli e Decollatura. Una telefonata anonima ai Carabinieri della locale stazione ha segnalato che qualcosa nelle campagne di Caraffa ieri mattina non andava per il verso giusto. «Ho sentito degli spari – ha detto la voce la telefono – in località “Tre Olivare”. Andate a vedere cosa è successo ». I militari si sono recati sul posto e non hanno tardato molto a fare la macabra scoperta. Non è facile raggiungere il punto dov’è stata sterminata la famiglia Pane. Salendo lungo la strada che da Settingiano porta a Caraffa, ad un certo punto bisogna abbandonare la “provinciale” per imboccare una stradina interpoderale dapprima asfaltata, poi sempre più stretta e sterrata, una vera e propria mulattiera. Su questa stradina ci sono anche alcuni incroci che portano ai casolari dove gli agricoltori dimorano quando lavorano la terra, si prendono cura delle numerose piante di ulivo o pascolano le mandrie di vacche. Una di queste stradine porta ad un casolare di campagna abbandonato, con parte del tetto in tegole crollato. Lì la scoperta: da sotto alcune lamiere che si usano per ricoprire le abitazioni sporgevano parte dei corpi della famiglia Pane. I cadaveri del marito e della moglie si trovavano all’esterno del casolare; quelli dei due figli all’interno. Tutti sotto delle lamiere e dei sassi. Come se si volesse tentare di nascondere i corpi. Ma prima ancora di giungere al casolare le prime tracce della spaventosa carneficina: una ventina di metri prima del luogo del delitto, una ampia pozza di sangue. Quasi a presagire quello che si sarebbe scorto più avanti. I Carabinieri hanno capito subito, ed hanno immediatamente lanciato l’allarme via radio. Sul posto sono subito giunti, per i primi rilievi ed accertamenti di rito, i militari del reparto operativo guidati dal colonnello Francesco Iacono, il sostituto procuratore della Repubblica, Salvatore Curcio, titolare dell’inchiesta, il patologo forense del’università “Magna Græcia”, Giulio Di Mizio, ed il reparto investigazioni scientifiche dell’Arma. Questi ultimi hanno allertato il Ris di Messina per richiedere sul posto una consulenza immediata. Per controllare la zona è stato utilizzato anche un elicottero che ha sorvolato le immediate vicinanze per scorgere eventuali situazioni sospette. Nel frattempo sono iniziati i primi controlli e le prime verifiche: innanzitutto tre delle quattro persone uccise non avevano documenti. Questo particolare ha rallentato l’identificazione da parte degli investigatori. Solo la figlia quasi maggiorenne aveva una carta d’identità con sé ma la fotografia, certamente datata, sembrava non corrispondere ai tratti di quel giovane corpo riverso. Ma quello che ha insospettito subito è stata la forte somiglianza tra le due donne. Madre e figlia? Un’ipotesi che con il passare delle ore ha preso sempre più corpo. Le due persone più anziane portavano la fede al dito. Marito e moglie? Non ci è voluto molto per riuscire a mettere assieme i mosaici di un puzzle cha ancora ha molte tessere mancanti. Nella serata di ieri c’è stata la conferma dell’identità delle vittime: il fratello di Camillo Pane ha raggiunto l’ospedale “Pugliese” del capoluogo , dove nel frattempo sono state trasferite le salme. Lì l’identificazione che ha tolto ogni dubbio. Sul luogo del barbaro assassinio gli inquirenti non hanno trovato l’auto della famiglia Pane ma, sparsi lì intorno sono stati recuperati alcuni oggetti personali: tre telefonini cellulari, essenziali per l’identificazione delle vittime. Tutto il materiale recuperato è stato posto sotto sequestro. Gli inquirenti hanno già chiesto alle compagnie telefoniche i tabulati e la condizione dei terminali negli ultimi giorni. È possibile ritenere che da queste tracce si possa risalire a elementi utili a ricostruire le ultime ore di vita dei componenti del nucleo familiare. I telefoni cellulari segnalano approssimativamente, nell’interno della cella nella quale funzionano, la loro posizione. Dato che gli inquirenti non trascurano le telefonate ricevute ed inviate dai terminali. In serata, come accennavamo, sono giunti in elicottero gli uomini del Ris di Messina che hanno iniziato immediatamente ad affiancare i colleghi delle investigazioni scientifiche di Catanzaro per i rilievi di rito. La zona è stata piantonata per evitare che qualcuno si possa avvicinare e che le prove possano inquinarsi. I rilievi continueranno anche questa mattina alla ricerca di nuovi indizi. (La Gazzetta del Sud)