03/01/2006
L'Italia detiene il record mondiale di consumo di acqua minerale: in media 172 litri pro capite l'anno. La sua produzione è invece di circa 11 miliardi di litri e, di conseguenza, un enorme quantità di bottiglie in plastica: circa 200 mila tonnellate. E gli affari, per le multinazionali del settore, vanno a gonfie vele se si pensa che, in futuro in molte regioni d'Italia, si sta sempre più pensando, ed attuando, la privatizzazione degli acquedotti verrà sempre più incentivata. Soprattutto se le politiche verteranno sul libero mercato del sistema dell'acqua potabile nei comuni e regioni del nostro Paese. Ci si domanda dunque: acqua fonte di vita o merce di lucro? E' possibile privatizzare un bene prezioso per la vita di ciascun essere vivente come l'acqua? Parrebbe di sì.
Anche se l'acqua è un bene primario di tutti, così come lo è l'aria per la vita (ma c'è chi dice che “prima o poi privatizzeranno anche quella!”), succede che in Campania, precisamente nei 136 comuni dell'ATO2 (ambito territoriale ottimale) di Napoli, Caserta e province il “servizio idrico integrato” stia per essere dato in appalto a dei privati tramite gara. Ecco dunque che le multinazionali dell'acqua si stanno preparando alla “grande abbuffata” di appalti, subappalti e gestione delle tariffe della privatizzazione da far pagare all'ignaro cittadino campano.
La premessa per questo ennesimo business è stata la delibera del 23 novembre 2004 per una gestione mista e cioè il 60% pubblico e 40% privato, che diverrebbe 51% al pubblico e 49% al privato nel giro di due anni. «Quel giorno – dicono i comitati civici di Napoli, Caserta e province in una lettera spedita al blog di Beppe Grillo - molti sindaci e/o delegati votarono per delega: anche fino a 18 deleghe alla stessa persona. Si votò per un piano d'ambito obsoleto, letto da nessuno dei votanti, e per di più chiedendo ai presenti di votare, scegliendo solo tra gestione privata o mista, escludendo la terza opzione, cioè la gestione pubblica, detta “in house”». Si pensi solo ad un sindaco, l'avvocato Carlo Sarro di Piedimonte Matese (Forza Italia), che si è dimostrato così premuroso in quella sede che si è presentato con le deleghe di ben 15 comuni tra cui Casal di Principe e San Cipriano.
L'ACQUA GLOBALIZZATA PIACE AL CENTRO-SINISTRA
Da notare che il bando di gara per la gestione privata degli acquedotti italiani deve essere europeo, quindi vuol dire che potrebbe arrivare una multinazionale straniera a gestire l'acquedotto napoletano. Cosa che già succede, per esempio, a Roma dove la gestione mista pubblico/privato dell'Acea (il cui pacchetto di maggioranza è del comune di Roma ed il privato, seppur in minoranza, definisce la gestione) dove i cittadini armeni e quelli di Panama pagano le bollette al municipio della capitale.
L'acqua potabile, dunque, sta diventando una sorta di “oro blu”, oggi il principale obiettivo delle oltre trenta guerre nel mondo: il più grande affare finanziario di colossi industriali che, nel processo della sua privatizzazione, vedono moltiplicarsi positivamente i propri bilanci in miliardi di euro. A scapito del povero cittadino che ne vede aumentare il prezzo nelle bollette senza capirne il perché. Così come l'ignaro nostro conterraneo non sa di pagare la bolletta ad una multinazionale, per esempio francese, perché la sua denominazione non compare quasi mai stampigliata nella fattura.
In realtà le corporation straniere sono già in Italia già da molto. Per esempio la francese Saur, il terzo gruppo mondiale dell'acqua, ha cominciato ad operare da noi nel 1990, mentre oggi occupa un posto di rilievo nella gestione dell'acqua nelle cittadine di Fossano, Saluzzo, Savigliano, Verbania, Cusio e Torino, tutte in Piemonte. Questa stessa multinazionale d'Oltralpe gestisce anche l'acqua in Lombardia, Veneto, Toscana, Umbria, Lazio, Molise, Calabria, arrivando ad un milione di clienti italiani.
Da poco tempo poi altri comuni italiani hanno l'acquedotto gestito da società straniere, nella fattispecie la Crea Spa passata sotto controllo dei francesi: per esempio, le province di Cuneo, Imperia, Perugina, Pesaro, Rieti, Torino, Trento, Treviso, Trieste, Udine, Varese e Vercelli. L'obiettivo platealmente dichiarato dalla Saur International è quello di «diventare il maggiore attore dell'acqua in Italia».
Singolare è anche il fatto che i principali promotori della mercificazione dell'acqua sono state amministrazioni guidate dal centrosinistra della Campania ma anche di Roma e Torino.
NELLA SOCIETA' CIVILE C'E' CHI SI OPPONE
Schierati contro questa situazione in Campania si sono visti, come parte attiva, il nodo napoletano della Rete di Lilliput con lo stesso padre Alex Zanotelli, il missionario comboniano che ha vissuto per 15 anni in una bidonville di Nairobi, che si è battuto contro questa privatizzazione, intervenendo di persona sia presso gli uffici dell'amministrazione regionale campana che in manifestazioni pubbliche, là dove glielo hanno permesso: nell'ottobre scorso, infatti, a Zanotelli è stato impedito di parlare pubblicamente dal palco durante la “Notte Bianca” a Napoli, così come la stessa cosa è capitato al comico Beppe Grillo sul medesimo tema. Ma grazie alla mobilitazione del coordinamento dei comitati che si oppongo alla privatizzazione dell'acqua si è riusciti, con un ricorso al Tribunale amministrativo della Campania, si è riusciti a bloccare le delibere per la gara d'appalto europea, per cui la Regione è stata costretta a rinviare il bando al 31 gennaio 2006.
Sono state inoltre raccolte oltre 20 mila firme per indire un referendum abrogativo dell'atto, firme che però non sono state tenute in considerazione in quanto il Consiglio Comunale di Napoli, nonostante l'obbligo previsto dalla legge 142/1990, non ha regolamentato l'istituto della partecipazione democratica dei cittadini alle scelte amministrative.
E SE IL PREZZO DELL'ACQUA IN BOTTIGLIA FOSSE PERLOMENO CALMIERATO?
E' stata presentata e consegnata al capogruppo regionale di Rifondazione Comunista, da parte di Gennaro Varriale e Franco Visaggio, rispettivamente presidente e vicepresidente dell'associazione ambientalista “Seme”, una proposta di ordine del giorno per il Consiglio Regionale che dice, testualmente, «(…) considerato che, dal 1989, dopo le note vicende dei pozzi di Lucrano e dell'acqua gialle, la popolazione campana ha cominciato a comprare sistematicamente acqua “minerale naturale” contenuta in bottiglie di plastica» e «visto che la stragrande parte della cittadinanza, a causa di residui calcarei e di metalli solidi che si riscontrano nell'acqua erogata dai rubinetti e nonostante la conclamata ed accertata potabilità della stessa, continua ad acquistare quella imbottigliata in contenitori di plastica» ed ancora «…visto che fabbricare tonnellate di bottiglie in plastica costa, soprattutto all'ambiente» e che «(… ) i milioni di bottiglie di plastica utilizzate giornalmente in Campania per il 90% finiscono in discarica (…) costituendo anche un problema per i futuri inceneritori che si andranno a realizzare nella nostra regione» e «considerato infine che il commercio delle acque minerali ha introdotto di fatto, ormai da più di un decennio, una privatizzazione di un bene primario per i cittadini che, per procurarsi il prezioso liquido, devono raschiare sempre più i magrissimi bilanci familiari», viene proposta «la realizzazione di un calmiere pubblico mediante la raccolta dell'acqua alle sorgenti, da effettuarsi a cura delle aziende pubbliche di distribuzione che dovranno utilizzare cartoni tetra pak (tipo latte) e vendere al pubblico la stessa acqua a cinque centesimi al litro, per coprire in parte le spese di imbustamento e trasporto. Le restanti spese e la realizzazione degli impianti di raccolta e confezionamento alle sorgenti o nei loro pressi, sono a carico della Regione».
di Davide Pelanda
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