29/07/2006

Albert Delauny nel libro «L'Institut Pasteur» lo definisce una figura molto pittoresca. Amici e allievi, per il suo carattere estremamente gioviale, lo chiamavano affettuosamente "mamma". Ylia Ilych Metchnikoff (o Mechnikov) russo, occhi grigio-azzurri, barba incolta, capigliatura arruffata, dotato di una verve oratoria eccezionale, è nel campo della scienza biologica un punto di riferimento da cui non si può prescindere. E questo non perché abbia costituito nel lavoro di ricerca un esempio di rigore scientifico e di sistematicità, doti a lui quasi del tutto sconosciute, ma per gli innumerevoli lampi di genio che hanno rischiarato l'ambiente scientifico del tempo. Il più importante e il più contrastato e su cui noi mettiamo un accento particolare per i motivi che risulteranno subito evidenti è quello della fagocitosi.
L'intuizione a Messina
La felice intuizione tecnica l'ebbe nel 1882 a Messina, dove si era stabilito insieme con la famiglia richiamato dalla particolarità della fauna marina dello Stretto e dalla presenza in città di una piccola colonia di scienziati d'ogni paese, tra i quali Kleinenberg e Weiss. A Messina egli, per essere precisi era già venuto nel 1868 per effettuare, come ci raccontò il compianto prof. Sebastiano Genovese, ex direttore dell'Istituto di idrobiologia dell'Ateneo messinese, ricerche su una spugna, la Sycaudra raphanus e sul suo sviluppo larvale. Ricerche che condusse in chiara polemica con l'embriologo tedesco Haekel, e che costituiscono un punto fermo nello studio dell'embriogenesi dei poriferi.
La scoperta della fagocitosi
Alla scoperta della fagocitosi Mechnikov giunse per caso. Un giorno infatti, mentre osservava al microscopio alcune larve di stella marina trasparenti, notò un fenomeno interessante: cellule oblunghe, vaganti nel corpo dell'organismo, accorrevano nel punto in cui egli, obbedendo a chissà quale idea bizzarra, aveva introdotto una particella di carminio. Le cellule la circondavano con i propri prolungamenti, l'assalivano e la divoravano eliminandola completamente.
Fu una idea folgorante per lui. «Che cos'è questa reazione cellulare attorno a dei corpi estranei» si chiese il nostro scienziato «se non un atto di difesa dell'organismo? Se le cellule vanno a raggrupparsi in quel punto particolare è, sicurametie, per liberare — attraverso la fagocitosi — i tessuti dai loro ospiti indesiderati».
Volendo confermare l'esperienza introdusse piccole spine di rosa sotto l'epidermide di Bipinnarie; dopo qualche tempo vide una massa di cellule ameboidi circondare questi corpi estranei ed inglobarli. «Da qui» sottolineò il prof. Genovese «Mechnikov enunciò l'ipotesi che la particolare ricchezza di leucociti in un tessuto infiammato svolgesse un suo ruolo di difesa, mediante appunto il meccanismo fagocitario. Scoperta essenziale per lo sviluppo della patologia».
Idea nuova
L'idea era completamente nuova. Il suo solo torto, che è poi quello di molte idee nuove, era di andare controcorrente rispetto ai dogmi della medicina ufficiale. Così, quando espose i suoi risultati a Virchow – illustre patologo che in quel periodo si trovava a Messina per sottoporsi a delle cure – sentì rispondere che «tutto ciò è possibile. Ricordate però – proseguì Virchow – che in Patologia si pensa e si insegna tutto il contrario. Si pensa che i microbi si trovano proprio nei leucociti (globuli bianchi del sangue) e che si servono di questi come mezzo di trasporto e di disseminazione nell'organismo».
Chiaramente deluso dalla risposta, il nostro scienziato tuttavia non si scoraggiò: non rientrava nel suo carattere.
Era cominciata così la lunga battaglia contro i santoni della scienza medica e biologica, che si sarebbe placata ma non spenta molto più tardi e su cui torneremo tra poco.
Temperamento passionale
Da quanto detto risulta evidente che ci si trova davanti ad un personaggio singolarissimo in possesso di un fascino magnetico e dal temperamento irrequieto e passionale, che non mancò lo nell'infanzia di cacciarlo nei guai.
Si legge in una biografia che il giorno del suo undicesimo compleanno rischiò nello spazio di poche ore di morire ben due volte: la prima quando cadde in un stagno – che si trovava nella sua proprietà di Ivanova (villaggio dell'Ucraina, nei pressi di Kharkov) dove era nato il 16 maggio 1845 – nel quale era andato a pescare idre, la seconda nell'incendio di una casa provocato dalla leggerezza di alcuni servitori.
Laurea in Scienze
Gli interessi scientifici di Mechnikov furono molto precoci, già a 15 anni era assiduo frequentatore delle lezioni all'Università di Kharkov, alla quale si iscrisse due anni dopo conseguendo la laurea in Scienze naturali. Qualche tempo dopo, causa l'insoddisfazione che lo tormentava e che molti attribuiscono all'atteggiamento indulgente della madre che lo aveva enormemente viziato, vendette una proprietà di famiglia e si mise a girovagare per i laboratori per i laboratori di mezza Europa venendo a contatto con quanto di meglio esprimeva in quel periodo non solo la zoologia, ma anche la nascente dottrina positivista.
È di quegli anni una sfortunata esperienza di matrimonio che lo portò molto vicino al suicidio. A ventitrè anni aveva infatti voluto sposare a tutti i costi Ludmilla Feodorovitch, malata di tisi e condannata ad una immobilità senza speranza. Per cercare di guarirla girò per quattro anni in lungo e in largo le migliori cliniche del continente europeo, ma non ci fu niente da fare ed alla sua morte, il 20 aprile del 1873, tentò di uccidersi inghiottendo una considerevole dose di oppio, che fortunatamente vomitò.
Cattedra ad Odessa
Fu per Mechnikov uno dei periodi più neri da cui verrà fuori immergendosi totalmente nella ricerca e nell'osservazione degli invertebrati facilitato in questo dall'offerta di una cattedra di biologia che gli viene da Odessa, ma soprattutto incontrando Olga, una ragazza dolce e comprensiva, che sposerà nel 1875.
Con lei Elia riacquistò la serenità necessaria e l'entusiasmo per continuare nelle sue battaglie sia scientifiche che politiche. Ed è proprio per motivi politici (dopo l'assassinio dello zar Alessandro II), che entra in contrasto con le autorità accademiche di Odessa abbandonando sia la cattedra sia la Russia e trasferendosi, a 37 anni, a Messina.
Dalle fonti a nostra disposizione pare abbia trovato alloggio di fronte al mare, nell'allora quartiere Ringo (l'attuale tratto finale del viale della Libertà). Ed è qui, nel salotto della sua piccola ma confortevole casa con il giardino che dava sul mare, dove aveva impiantato in un disordine indescrivibile il suo laboratorio, che ha la straordinaria intuizione della fagocitosi. Egli, oltre a passare buona parte della sua giornata nell'elaborazione di nuove teorie biologiche, ama intrattenersi con la moglie e darle lezioni d'arte, a quanto si dice con profitto. Olga infatti diviene una scultrice e pittrice abbastanza abile.
L'albero di Natale
Nel Natale di quell'anno, in preda ad uno dei suoi abituali raptus d'originalità, prepara nel giardino che circondava la sua casa un inconsueto albero di Natale su di un albero di mandarino.
A chiamarlo a Messina fu, con tutta probabilità, un suo compatriota, l'istologo Vladimir Kowalevskij, che insieme a lui fondò l'embriogenesi comparata ed evolutiva. Lo stesso Kowalevskij, in fatto di stranezze, non era da meno di Mechnikov. A questo proposito, il compianto professor Sebastiano Genovese, raccontava un aneddoto che gli era stato riferito da John Adler – biografo di Mechnikov – che mette bene in luce con che strani tipi abbiamo a che fare. Durante la cerimonia del battesimo della figlia (di cui Mechnikov fu il padrino) Kowalevskij era sparito e un po' tutti si erano messi a cercarlo, lo trovarono che raccoglieva cera: interrogato sul perché di quanto stava facendo rispose candidamente che gli serviva per i suoi esperimenti.
Viaggio a Vienna
Dopo l'infruttuoso colloquio con Virckow, Mechnikov parte per Vienna dove, merito per lo più della sua dialettica infuocata (necessaria del resto, data la non grande mole di esperimenti compiuti), riesce a convertire altri scienziati alla teoria dei fagociti. Con una decisione inaspettata nel 1885 riparte per la Russia. Il suo ritorno ad Odessa coincide con la scoperta della vaccinazione antirabbica e avendo la municipalità locale costruito una stazione di batteriologia, gli venne affidata la direzione.
La sua curiosità
Mechnikov, d'altronde, si sente attirato dalla giovane scienza. Fino ad allora egli è stato soprattutto zoologo ed embriologo. Adesso la sua attenzione è rivolta preminentemente ai processi infettivi. Mille problemi si presentano alla sua curiosità. Intanto, però, scoppiano disaccordi tra il suo personale per la deficienza dei mezzi a disposizione. Suprema catastrofe: parecchie migliaia di montoni a cui era stato inoculato il vaccino anticarbonchioso periscono in circostanze misteriose. Mechnikov, cui la sorte non risparmia i suoi tiri, giudica preferibile, ancora una volta, espatriare. Questa volta sede del suo volontario esilio è Parigi, dove nel 1888 va a trovare Pasteur, che lo aveva invitato già da tempo.
L'accoglienza di Pasteur
Ricorda Mechnikov: «Pasteur mi fece una buonissima accoglienza e mi parlò subito della questione che mi interessava di più, cioè della lotta dell'organismo contro i microbi». «Mentre i miei collaboratori – gli dice Pasteur – manifestano un grande scetticismo verso la vostra teoria, io mi sono subito schierato dalla vostra parte poiché, da molto tempo sono stato colpito dalla lotta tra i diversi organismi che ho avuto l'occasione di osservare».
L'incontro e il colloquio avuto e la stima manifestatagli da Pasteur lo lusingano a tal punto che decide di abbandonare per sempre Odessa, per stabilirsi il 15 ottobre del 1889, definitivamente a Parigi, in rue Dutot, venendo a far parte del già famoso istituto fondato da Pasteur e di cui diventerà il direttore. Purtroppo, la sua teoria incontra solo oppositori, tra i quali si schiera Kock che, rigido e preciso, disapprova la caotica faciloneria del russo.
Solo contro tutti
Mechnikov è solo contro tutti, ma la cosa non pare dispiacergli più di tanto, anzi lo stimola. In questo periodo egli corre da un congresso all'altro per caldeggiare la sua scoperta. Nel 1891 si reca a Londra, al congresso internazionale d'igiene e demografia, che si tiene dal 10 al 17 agosto. Nell'occasione Mechnikov supera se stesso. Da Londra, il dottor Roux, appartenente anch'egli al "Pasteur" e suo collaboratore, scrive a madame Olga: «Vostro marito è occupato a mostrare i suoi preparati e d'altronde, non vi avrà detto tutto il suo trionfo. Ha parlato con una passione così grande che ha trascinato tutti. Credo che la teoria dei fagociti conti questa sera molti amici.». Purtroppo non era del tutto vero ed in realtà non lo sarà mai, anche se alla fine del secolo, dopo la pubblicazione del libro «Lezioni di patologia comparata sull'infiammazione», il processo fagocitario gode di una credibilità che qualche decennio prima sarebbe sembrata assurda.
Nuovi orizzonti
Ma ormai Mechnikov non si cura più delle critiche e siccome non è uomo da adagiarsi sugli allori, spinge la sua sete di conoscenza verso altri orizzonti. A partire dal 1904 lo si vede piegarsi – con intatto entusiasmo – sulle profonde alterazioni organiche che accompagnano la vecchiaia. Ne è talmente preso che rifiuta persino di recarsi nel 1908 a Stoccolma per ricevere il premio Nobel per la Medicina (assegnato anche a Paul Erlich), delegando in sua vece l'ambasciatore russo.
Perché si invecchia
«Perché invecchiamo?» si domanda Mechnikov. Partendo dalla teoria, allora, affermatasi, secondo cui l'invecchiamento sarebbe dovuto all'indurimento delle arterie, Mechnikov ne ricerca le cause nell'alcool, nella nicotina e nella sifilide.
Secondo Mechnikov la causa principale della decadenza senile è da ricercare nell'intestino, dove si anniderebbero i germi della putrefazione; occorre combatterli con una dieta adatta, basata sui vegetali e, soprattutto, come usavano i longevi pastori bulgari, sul latte inacidito: sono i fermenti lattici dunque i nemici della putrefazione, gli alleati della vita.
La morte
Egli stesso si dà a trangugiare grandi tazze di yogurt nella speranza di raggiungere i cent'anni. Invece muore a 71 anni, il 16 luglio del 1916, per un'affezione cardiaca della quale spesso parlava agli allievi con serenità e contro la quale poco poterono anche i bacilli bulgari.
Marcello Mento (Gazzetta del Sud)
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