Il maremoto che ha sconvolto le coste dell'Oceano Indiano da
Sumatra alla Somalia ha rappresentato qualcosa di diverso da una
delle più micidiali catastrofi naturali mai abbattutesi
sul genere umano, qualcosa che va ben oltre. Quel cataclisma,
infatti, è stato in realtà la prima catastrofe naturale
la cui portata ha assunto una dimensione effettivamente universale:
da un punto di vista fattuale, e poi emotivo e psicologico, esso
ha coinvolto come mai era avvenuto in precedenza popolazioni tra
loro lontanissime ed estranee, società tra loro diversissime,
culture, tipi e ambienti sociali per mille aspetti agli antipodi,
e li ha coinvolti non già per la ormai abituale capacità
dei mass-media di «coprire» quanto accade in ogni
angolo del mondo. No, questa volta il coinvolgimento ha avuto
un carattere ben più concreto, e cioè la presenza
tra i morti e i dispersi di moltissimi uomini e donne provenienti
da Paesi lontanissimi. Italiani, svedesi, francesi, inglesi, americani,
sono rimasti anch'essi a decine, se non a centinaia, travolti
dalla furia delle acque né più né meno come
gli asiatici. In una ipotetica storia dei cataclismi, insomma,
il maremoto appena accaduto costituisce il primo di tali eventi
realmente universale dal punto di vista che per noi più
conta: cioè quello umano, quello delle vittime; una vera
e propria traduzione nella realtà di quel mito del Diluvio,
presente nel patrimonio culturale di una gran quantità
di popoli abitanti ai più disparati angoli della Terra.
È certamente il fenomeno tutto moderno del turismo, generato
dalla facilità delle comunicazioni, all'origine di tutto
ciò. Da anni gli abitanti ricchi del Nord del pianeta si
recano nelle contrade del Sud per le loro vacanze, alla ricerca
dell'esotico, del diverso, dell'incontaminato (e non poche volte
anche dell'illecito) stabilendo un rapporto che se è eccessivo
definire di rapina e però certamente, nella grande maggioranza
dei casi, un rapporto di estraneità e di ineguaglianza,
di fruizione dell'«altro» puramente e duramente estrinseca.
Ora, però, questo rapporto tra due universi così
lontani è stato all'improvviso spazzato via da un terribile
dato in comune: dalla catastrofe e dalla morte. La morte ha messo
insieme in una misura mai vista prima occidentali e non occidentali,
li ha mischiati alla rinfusa, ha casualmente pareggiato le loro
pur così diverse vite nel momento supremo della loro fine.
Alla lunga l'unificazione del mondo, prodotta in special modo
dai meccanismi economici, si è inevitabilmente tradotta
in una esemplare, allegorica, unificazione della morte.
È anche grazie a questo dato se il cataclisma che chiude
questo 2004 contiene un segno che in qualche modo lo assimila
alla tragedia dell'11 settembre, fa dell'uno e dell'altro due
eventi in un certo senso dello stesso ordine. A stabilire un nesso
potente tra i due è precisamente la loro epocalità,
che rimanda in entrambi i casi ad una ormai virtuale unificazione
del Pianeta, che a sua volta, in entrambi i casi, si presenta
nella dimensione della morte di massa all'insegna di una assoluta
casualità.
A New York si trattò della epocalità omicida di
quella particolare forma di unificazione politica del mondo determinata
dal terrorismo islamista; lungo le coste dell'Asia, pochi giorni
fa, si è trattato invece della epocalità determinata
dall'unificazione della vita quotidiana e dei suoi luoghi. Il
XXI secolo non poteva annunciarsi con più eloquenti segni
dei tempi.