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Dopo lo tsunami ad Aceh riprende la guerra.

Le vittime dello tsunami di cui non si è in grado per ora di stabilire non solo l’identità ma nemmeno l’origine, sono oltre duemila nella sola Thailandia. Lo ha rivelato il governo di Bangkok, moltiplicando per dieci la cifra sinora ufficialmente comunicata. Il numero esatto è salito infatti a 2184, dopo che sono stati giudicati inaffidabili i test del Dna compiuti su 1973 cadaveri. È stato il ministro degli Interni Bhokin Bhalakula ad informare la stampa di queste importanti e dolorose novità, in occasione della visita del ministro degli Esteri tedesco Joschka Fischer a Phuket, una delle località turistiche thailandesi devastate dal maremoto del 26 dicembre. Un alto responsabile del centro di prevenzione delle catastrofi -una struttura che agisce in seno al ministero- ha poi spiegato che il grande divario fra i primi conteggi e quelli aggiornati domenica è dovuto alla «volontà iniziale di lavorare il più rapidamente possibile». Le autorità di Bangkok hanno anche corretto, in questo caso lievemente al ribasso, il totale dei dispersi in Thailandia, che sarebbero 3445, di cui 2322 locali e 1123 stranieri.

A Phuket si trovava domenica anche la sottosegretaria agli Esteri italiana Margherita Boniver, che ha avuto a sua volta un colloquio con il ministro Bhokin Bhalakula. Da quest’ultimo la Boniver sostiene di avere avuto chiarimenti sulle «cosiddette fosse comuni». Non esistono, ha detto la Boniver. Ci sono state invece sepolture provvisorie, in cui sono stati interrati insieme sia thailandesi sia presunti occidentali, ciascuno dei quali sarebbe però facilmente localizzabile sulla base dei primi dati raccolti, per essere poi eventualmente esumato per il proseguimento degli accertamenti identificativi tramite il Dna. Secondo la Boniver le notizie sulle fosse comuni non sono che una «fantasiosa ricostruzione giornalistica», una polemica «nata un po’ all'improvviso per via di un recente articolo sul Times di Londra» che ha «stupito moltissimo» gli esperti che stanno lavorando alle identificazioni.

In un altro paese colpito dal cataclisma, l’Indonesia, si sta riproponendo all’attenzione generale un’emergenza, quella dello scontro fra esercito e separatisti nella provincia di Aceh, che era stata temporaneamente sospinta in secondo piano dall’ecatombe provocata dallo tsunami. La guerriglia è tornata a farsi viva domenica, con una sparatoria avvenuta presso la residenza del vice-capo della polizia e non lontano dall’ufficio dell’Onu a Banda Aceh. La notte precedente c’era stata un altro scontro a fuoco, presso il campo profughi di Catapang. Secondo la ricostruzione delle autorità militari indonesiane, i guerriglieri del gruppo Gerakan Aceh Merdeka (Gam, Gruppo per l’indipendenza di Aceh) hanno sparato contro una pattuglia dell'esercito che vigilava sul campo. Il comandante della task force impegnata nella caccia ai ribelli, maggiore Agus Hari, ha riferito che un soldato è rimasto ucciso e un altro ferito. «Noi abbiamo sparato solo in aria non potendo mirare contro i criminali che si facevano scudo dei profughi», ha aggiunto. Il campo profughi di Catapang si trova nell'immediata periferia del capoluogo provinciale Banda Aceh dove 600mila persone sono affluite in seguito al maremoto.

Le autorità di Jakarta tentano di minimizzare il ritorno in attività del Gam, ma c’è il timore che proprio la forte presenza di operatori umanitari stranieri induca il movimento secessionista a intensificare la propria azione, allo scopo di far conoscere al mondo le ragioni della propria lotta, e soprattutto la propria esistenza. Sul conflitto in Aceh infatti è pressoché calato il silenzio dopo il relativo clamore provocato inizialmente dal rilancio della campagna militare di repressione nel maggio del 2003.

«Le operazioni condotte dall’esercito e dalla polizia indonesiani -ha dichiarato il presidente Susilo Bambang Yudhoyono- garantiranno la sicurezza degli sforzi umanitari». Il capo di Stato ha risposto così ai giornalisti che gli chiedevano se la ripresa delle ostilità nella provincia ribelle potesse mettere in pericolo le centinaia di stranieri presenti in loco per curare i feriti e i malati, procurare assistenza alimentare e avviare la ricostruzione.

Tra le immani distruzioni provocate dallo tsunami, la completa inagibilità di nove isole nell’arcipelago-Stato delle Maldive. Il rappresentante permanente delle Maldive all'Onu, Mohamed Lathif, ha affermato che «quattordici isole sono state evacuate e nove di loro sono assolutamente inabitabili». Alla vigilia di una riunione internazionale dei piccoli stati insulari in via di sviluppo,che inizia lunedì alle Mauritius, Lathif ha dichiarato che «le case sono distrutte, la vegetazione danneggiata. Sposteremo su altre isole gli abitanti di quelle che resteranno disabitate». Alle Maldive, che contano 300 mila abitanti, lo tsunami ha fatto 82 morti.

 
Gabriel Bertinetto