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Il maremoto peggio dell'atomica.
 
400.000 morti a Sumatra.

È UNA cifra apocalittica: 400 mila morti nella sola regione di Aceh sull'isola di Sumatra, in Indonesia, affacciata sul vortice oceanico da cui si è sollevato lo tsunami. Tanti sarebbero i morti nell'area più prossima all'epicentro, stando alle ipotesi azzardate dall'ambasciatore indonesiano in Malaysia, H. Rusdihardjo. Un impatto distruttivo pari a quello di un grappolo di bombe atomiche della potenza dell'ordigno sganciato nei cieli sopra Hiroshima l'agosto del 1945: quel giorno "Little Baul", l'arma mai prima sperimentata sull'Uomo, uccise 140 mila giapponesi. E si parlò di Olocausto.
Per puntellare le sue stime, l'inviato di Kuala Lumpur cita l'assenza d'ogni segnale da alcuni centri importanti: in primo luogo Meulaboh, che da sé contava, 150 mila anime, Pulau Simeulue, che ne aveva 76 mila. Dalla carta geografica sarebbero scomparse varie isole abitate dell'arcipelago, inghiottite dall'onda.
L'avvertimento piomba in un giorno in cui la contabilità della catastrofe raddoppia, galoppando: a notte le cifre ufficiali sfondano il tetto provvisorio delle 125 mila vittime nell'intera area colpita dallo tsunami, mentre il sole si alza illuminando il quadro apocalittico di un popolo affamato - milioni di esseri umani - che frugano i detriti alla ricerca di cibo e d'acqua pulita da bere.
Lo stesso Jan Enge land, coordinatore degli aiuti di emergenza delle Nazioni Unite, in una conferenza stampa a New York avvisa il mondo affinché si prepari al peggio: il bilancio, dice, è destinato ad aggravarsi in misura esponenziale. A farlo impennare saranno probabilmente le terre e le isole più remote al largo dell'India e dell'Indonesia dove nessuno è ancora riuscito a penetrare, e da cui giunge soltanto il silenzio.
Al costo umano si aggiunge il danno economico, che peserà sui vivi: 14 miliardi di dollari è la stima iniziale, tanto però da mettere in ginocchio la prodigiosa crescita del Sud Est asiatico.
A voler aggiornare un bilancio destinato ad aumentare, e proprio l'Indonesia ad aver subito il colpo più violento inferto dallo tsunami: 80 mila vittime finora accertate, nei campi della morte di Aceh, nel nord dell'isola di Sumatra. Lì ieri il cielo era pattugliato dagli aerei in missione per lanciare cibo tra il fitto manto della foresta ai sopravvissuti riparati verso le alture.
Dallo Sri Lanka scosso da nuove onde sismiche e dal panico, con i popoli costieri in fuga verso l'entroterra, giunge un nuovo elenco di 27 mila morti finora individuati. Ma intanto la migrazione delle masse umane scatenata dal rischio di una nuova catastrofe, miete nuove vittime: impossibile distribuire alimenti e medicinali a una popolazione in fuga.
Sulle spiagge a cinque stelle della Thailandia, il nuovo allarme rallenta il recupero e il riconoscimento dei cadaveri lungo le coste, da cui sono riemersi i resti di 4500 esseri umani. Di questi, 2.230 erano turisti stranieri.
Anche l'India moltiplica le stime iniziali arrivando a elencare oltre 14 mila morti, in gran parte nello Stato del Tamil Nadu. Ieri le sirene urlavano ancora sulle spiagge attorno a Madras: annunciavano il profilarsi di nuove onde anomale all'orizzonte, scatenando l'esodo di migliaia di persone in fuga a piedi, o stipati in un'accozzaglia di veicoli.
A fine giornata, l'onda li aveva risparmiati. Ma aveva gonfiato le schiere di senzatetto, di quanti sono esposti ai flagelli della malaria, della febbre dengue, della dissenteria, della fame. Secondo David Nabarro, capo della squadra di crisi all'Organizzazione mondiale della Sanità, sono cinque milioni le persone prive del minimo necessario per la semplice sopravvivenza.