Risvolti politici dei soccorsi, l’assenza di una
Nato locale e le spinte inevitabili
delle emergenze e delle risorse globali.
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Roma. L’area dell’Asia-Pacifico colpita dallo tsunami,
che ha provocato finora almeno 55 mila morti, secondo le ultime
stime dell’Independent, è la più dinamica
della regione nell’ultimo trentennio, a partire dalla fine
della guerra del Vietnam, quando si è concentrata sullo
sviluppo, rimuovendo la dimensione strettamente politica, che
ora però riemerge. Paesi come il Giappone, la Cina, l’India,
l’Indonesia e l’Australia sono sempre più coinvolti
in una logica da contesa egemonica, che però deve trovare
forme compatibili con la globalizzazione. La mobilitazione internazionale
intorno a una catastrofe che ha coinvolto otto paesi – alcuni,
come l’Indonesia e la Malaysia, fungono peraltro da interfaccia
tra l’Oceano Pacifico e l’Oceano Indiano – e
la prontezza con cui altri Stati della regione, come Giappone,
Cina e Australia, si sono mossi per fornire assistenza fanno emergere
la consapevolezza di una responsabilità comune in difesa
d’interessi comuni.
Quando, alla fine degli anni Novanta, una grave crisi economico-finanziaria
colpì Thailandia, Malaysia, Indonesia, Corea del Sud e
Taiwan, il senso di responsabilità economica della Cina,
che non svalutò, fu di grande aiuto a superare le difficoltà,
con il risultato che Pechino riuscì anche a far crescere
la propria dimensione strategica e a trasformarla nel motore dello
sviluppo asiatico, al quale adesso anche il Giappone, superata
la lunga stagnazione dello scorso decennio, riprende a contribuire.
I progetti d’integrazione economica, che dall’area
dell’Asean (sud-est asiatico) si allargano a quella dell’Apec
(area asiatico-americana del Pacifico), disegnano nuovi scenari
geopolitici in cui crisi più o meno antiche – da
quelle interne dello Sri Lanka e dell’Indonesia a quelle
dei rapporti cino-taiwanesi, dal nucleare nord-coreano al contenzioso
multilaterale relativo alle isole Spratley – impongono con
crescente urgenza un quadro generale in cui confrontarsi. E’
stato detto più volte che l’Asia, cui è mancata
una struttura militare multilaterale paragonabile a quella dell’Europa
(nella versione della Nato e del Patto di Varsavia), ha bisogno
di qualcosa di analogo al ruolo positivo svolto, a partire dalla
metà degli anni Settanta, dalla Conferenza per la sicurezza
e la cooperazione in Europa, organizzazione sovranazionale che
agevolò l’uscita dalla logica della Guerra fredda.
Anche restando fedele all’obiettivo del primato dell’economia,
l’Asia ha bisogno di spegnere i potenziali detonatori di
crisi, quale sarebbe la proliferazione nucleare che seguirebbe
all’avvento conclamato di una Corea del Nord con missili
e armi nucleari, arrivando al più presto a definire un
quadro di sicurezza multilaterale cui sono interessati anche gli
Stati Uniti, la Russia e l’India. In questo modo, la gara
apertasi per ottenere un seggio permanente al Consiglio di sicurezza
dell’Onu, con protagonisti due paesi asiatici, il Giappone
e l’India, che suscitano le riserve di Pakistan e Indonesia,
potrebbe stemperarsi in una più ampia cornice di sicurezza
e di cooperazione internazionale.
Il farmaco della democrazia.
Per alcuni Stati colpiti dallo tsunami – come l’Indonesia,
la Malaysia, la Thailandia, lo Sri Lanka, l’India –
il turismo è una voce importante. Se si pensa che nei prossimi
anni la Cina fornirà 100 milioni di turisti, non c’è
dubbio che questo settore diventerà ancor più strategico,
allo stesso tempo fonte d’integrazione e di condizionamento,
quindi d’egemonia. Parallelamente il Giappone può
fornire, più e meglio di altri, sistemi di sicurezza dai
forti impatti tecnologici e ambientali, che s’integrano
con i contributi degli Stati Uniti, anch’essi molto avanzati
sul piano della previsione e della gestione di crisi geofisiche,
sulle quali c’è poco da discutere in termini ideologici.
La propensione asiatica a trovare forme pragmatiche, e non pesantemente
burocratizzate, di cooperazione economica – come l’Asean,
l’Apec, la Banca asiatica di sviluppo, il Piano di Colombo,
la Commissione per il Pacifico del sud, il forum del Pacifico
del sud – ma anche scientifica e per lo sviluppo delle risorse
agricole depone a favore dell’eventualità che si
arrivi alla creazione di un legame più forte (e istituzionalizzato)
sul piano politico-strategico, affrontando anche gli aspetti militari
trans-asiatici e trans-pacifici. Questo sviluppo consentirebbe
di riparare i danni economici dello tsunami con un salto di qualità
sul piano politico. La globalizzazione e le emergenze globali
inducono i paesi, anche quelli più chiusi, ad aprirsi,
come prova l’ingresso concesso agli stranieri e agli aiuti
nella provincia indonesiana di Aceh, finora sotto rigida legge
marziale. E le aperture favoriscono (e sono favorite da) processi
di democratizzazione.