La tragedia del 26 dicembre in Asia
ci ha fatto prendere coscienza del fatto che sappiamo pochissimo
del pianeta su cui siamo trasportati nello spazio. Abitiamo
una navicella di cui non conosciamo che pochi bottoni, per
il resto la trattiamo come un bambino di fronte a un computer
potentissimo, carico di bit che lui usa solamente come videogiochi.
Ma è arrivato il momento di diventare adulti e smettere
di giocare con l'unico pianeta che abbiamo. La tragedia che
ha colpito il sudest asiatico, infatti, impone alcune questioni
di fondo che ci riguardano tutti da vicino. La prima, che
è stata denunciata da più parti, riguarda la
sicurezza e la prevenzione dei disastri naturali. Diversi
esperti hanno denunciato il fatto che una gran parte delle
vittime potevano essere evitate se ci fosse stato un sistema
di allarme, se le popolazioni della costa fossero state avvisate
per tempo visto che dal momento della prima scossa all'arrivo
delle prime onde distruttrici sembra siano passate diverse
ore (da due a sette secondo le diverse località).
Territorio indebolito
La seconda questione riguarda il modello di urbanizzazione
delle coste che, da almeno trent'anni, imperversa in tutto
il mondo, trainato dalla corsa al turismo di massa che cancella
qualunque legge o vincolo ambientale. A partire dal Mediterraneo
dove spesso sono stati abbandonati gli antichi insediamenti
, lontani dal mare, per affollare le coste con una serie
interminabile di villaggi turistici, seconde case, centri
commerciali, costruendo fino alla battigia. Un modello di
urbanizzazione energivora che ha ignorato , come ha dimostrato
Piero Laureano, i saperi acquisiti dalle generazioni precedenti,
dall'uso dell'acqua piovana alle costruzioni climatizzate
con materiali naturali, fino al profondo rispetto per gli
alvei di fiumi e torrenti e che oggi si trova impotente
di fronte alla potenza delle forze della natura.
Molti dei disastri naturali che abbiamo registrato negli
ultimi anni nel nostro paese - dalla tragedia di Soverato
a quella della valle di Sarno - sono in realtà dei
disastri sociali in cui gli equilibri naturali e le conoscenze
del passato sono state ignorate e stravolte. Certo, i terremoti
non li possiamo attribuire al nostro perverso modello di
sviluppo, ma gli effetti disastrosi dei terremoti e maremoti
sono in gran parte legati al nostro modo di costruire, allo
squilibrio tra classi sociali e tra paesi ricchi e impoveriti,
ai diversi sistemi politici.
Impatti diversi
E' un fatto ormai acclarato che un uragano fa migliaia di
volte più vittime in Centro America che nella costa
meridionale degli Usa, o a Cuba dove esiste un ben oleato
sistema di preallarme, così come un terremoto in
Turchia produce una quantità di vittime e disastri
decine di volte superiore a quello che produce lo stesso
terremoto, con la stessa potenza, in Giappone. Pertanto
la prima riflessione da fare su quest'ultima tragedia è
che bisogna ripensare agli insediamenti umani, al modo di
costruire, al ruolo da dare alle forze della natura. Soprattutto
nelle aree ad alto rischio sismico. E tra queste sicuramente
bisogna mettere in priorità l'area dello stretto
di Messina, già colpita nel 1908 dal più distruttivo
terremoto del '900, dove la gran parte delle vittime furono
determinate proprio dall'onda anomala.
Incubo Stretto
Sui rischi che corre quest'area vale la pena riportare alcune
affermazioni recenti di Enzo Boschi, presidente dell'Istituto
nazionale di geofisica e vulcanologia (vedi La Repubblica
del 27 dicembre). «La zona più a rischio del
Mediterraneo - dichiara Boschi nell'intervista ad Aldo Cianciullo
- è l'area dello Stretto di Messina. E' un'area a
forma di imbuto: l'onda anomala entra e comincia a percorrerlo;
man mano che il canale si stringe la massa d'acqua, non
trovando spazio in larghezza, diventa sempre più
alta. E alla fine, se l'energia in campo è molto
alta come è avvenuta nel 1908, ci si trova di fronte
a un muro liquido inarrestabile che spazza via tutto quello
che trova sul suo cammino». Ma, l'onda anomala oltre
che dal terremoto può essere provocata da altri fenomeni,
sostiene Boschi, come è accaduto due anni fa a Stromboli.
«In quell'occasione, a causa di un'accentuazione dell'attività
vulcanica, ci fu il crollo di una parete dello Stromboli
che produsse un'onda anomala di dimensioni considerevoli:
se fosse accaduto in estate, con le spiagge piene di turisti,
sarebbe stato un disastro. Tra l'altro in quell'occasione
scattò subito l'allarme perché si temeva che
l'attività sismica potesse continuare producendo
altri crolli».
Da queste osservazioni di un esperto del livello di Enzo
Boschi se ne possono trarre alcune precise indicazioni.
La prima: va bloccato il bando relativo all'affidamento
dei lavori per il ponte sullo Stretto di Messina. Alle luce
dell'alto livello di rischio di tutta l'area dello Stretto
la sola idea del ponte risulta essere oggi pura follia,
un atto criminale, un perverso sperpero di denaro pubblico.
Le risorse finanziarie stanziate per questa megaopera devono
essere riconvertite per un monitoraggio di tutta l'area
che comprende tre vulcani attivi - Etna, Stromboli e Vulcano
- che negli ultimi anni hanno fatto tremare di paura le
popolazioni locali, da Catania alle isole Eolie. La società
Ponte sullo Stretto di Messina s.p.a., lautamente finanziata
da tutti i governi da più di vent'anni, deve essere
riconvertita in Società per la sicurezza dell'Area
dello Stretto di Messina. Un sistema di allarme con relative
vie di fuga, punti di raccolta, ecc. va pensato e implementato
per tutta l'area che va da Capo Vaticano fino a Catania,
un'area dove vivono quasi due milioni di persone.
Il nodo prevenzione