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L'Alluvione a Le Giare - Soverato (CZ) - 10 Settembre 2000
 


 

05.07.2006

"Le Giare". Quel cartello mai rimosso

Grande solidarietà alla città di Vibo Valentia e disponibilità per concreti aiuti alle popolazioni colpite dal violento nubifragio di lunedì. Il sindaco Rosario Olivo ieri ha sentito telefonicamente il primo cittadino di Vibo Valentia, Franco Sammarco, esprimendogli «il dolore della città capoluogo per le quattro vittime della calamità naturale». Olivo ha messo a disposizione della città consorella le strutture tecniche di cui dispone il Comune di Catanzaro, ipotizzando anche aiuti di natura economica non appena la situazione finanziaria dell'Ente lo permetterà (come è noto, deve essere ancora approvato il bilancio di previsione). Olivo ha ricordato che anche la città di Catanzaro, sei anni fa, fu duramente colpita da una tragedia analoga: tredici furono le vittime - quasi tutte catanzaresi - dell'alluvione che cancellò il camping Le Giare alle porte di Soverato a causa dell'esondazione del torrente Beltrame. Un episodio traumatico che proprio nei giorni scorsi ha avuto un primo epilogo giudiziario con quattro condanne e quattro assoluzioni. Una tragedia indimenticabile che sta a simboleggiare quanto sia vulnerabile e fragile il nostro territorio. Lo ricorda l'assurdo cartello che ancora campeggia, sia pure capovolto, spezzato e circondato da sterpi e rifiuti, lungo la strada di Germaneto nei pressi del quadrivio Nalini. L'insegna mai rimossa è la testimonianza visibile e tangibile di un certo modo di concepire l'ambiente che, a distanza di sei anni, fa sì che quell'ingombrante memoria offenda ancora il ricordo dei sopravvissuti.

(La Gazzetta del Sud)

 

 

11.05.2006

Processo "Le Giare". Il parere dei periti: "E' stato un evento improvviso"

Il parere dei periti del Tribunale sulla piena del torrente Beltrame
È stato un evento improvviso

È stato un evento "flash food", rapido ed improvviso, che non si poteva prevedere. È il senso della deposizione dei due periti nominati dal tribunale, il meteorologo Verrecchia e l'ingegnere idraulico Brath, che si è tenuta ieri mattina (anche se l'udienza si è protratta sino alle ore 16) nell'ambito del processo "Le Giare", l'omonimo camping dove morirono tredici persone travolte dalla furia del torrente Beltrame.
I due esperti nominati dal tribunale collegiale (presidente Carè, a latere Falvo e Barillari, cancelliere Rizzuto) hanno in parte convalidato alcune ipotesi delle perizie precedenti, mentre su alcuni punti si sono discostati. Gli esperti sono stati sottoposti agli interrogativi ed ai chiarimenti prima del giudice Carè e dei componenti del collegio giudicante mentre poi è stata la volta del pubblico ministero, Mariacarla Sacco, e dei difensori Casalinuovo, Le Pera, Ioppoli e Caridi. Al termine dell'udienza è stato stilato un calendario delle udienze, fissate per il 5, 9, 12, 13 e 15 giugno, dove ci sarà dapprima la requisitoria del pubblico ministero e, a seguire, quelle della difesa e delle parti civili.
Nella scorsa udienza era stato riassegnato l'incarico ai due periti in quanto il lavoro era stato svolto in maniera difforme da quanto previsto. In particolare, Brath lavorò stilando una perizia per l'argomento di sua competenza senza il coinvolgimento degli esperti delle parti mentre Verrecchia non aveva presentato nessun elaborato. In quella sede quindi il tribunale decise che sarebbe stata stilata una perizia congiunta con il coinvolgimento dei periti di parte. Documento che è stato discusso ieri mattina.
Precedentemente, erano stati due gli elaborati stilati. L'esperto della difesa, prof. Samuele Cavazzi, ordinario di ingegneria all'università di Pisa, in contraddittorio alla relazione peritale della pubblica accusa, aveva sostenuto che la probabilità del ripetersi dell'evento calamitoso che aveva provocato la tragedia di Soverato era pari allo 0,8%. In particolare, il consulente della difesa aveva affermato che il fatto era stato eccezionale e non prevedibile. Tesi sostenuta anche in precedenza dal prof. Franco Prodi, consulente della difesa, a discarico dell'ex sindaco di Soverato Giovanni Maria Calabretta. L'esperto in discipline meteorologiche aveva infatti ribadito che l'evento calamitoso che aveva provocato lo straripamento del torrente Beltrame era di carattere eccezionale e difficile da prevedere.
Ad ipotizzare invece la prevedibilità dell'evento calamitoso erano stati i periti del Pm, un pool di esperti in idraulica composto da Ugo Maione, docente al Politecnico di Milano, il prof. Giuseppe Frega, ex rettore dell'Unical, e Andrea Cancelli dell'università Bicocca di Milano, per i quali la valanga d'acqua che investì il camping era stata preceduta da episodi già verificatisi anni addietro.

 

14.12.2005

Nuove perizie tecniche

Affidato l'incarico a nuovi periti per verificare la prevedibilità dell'evento calamitoso. Ennesima udienza del processo relativo al camping “Le giare”. Ennesima perizia. Il Tribunale (presieduto da Maria Teresa Carè a latere Teresa Barillari e Camillo Falvo) ha infatti conferito un nuovo incarico a dei periti idrogeologici che verificheranno le stesse circostanze su cui hanno riferito i tecnici del pubblico ministero e della difesa. L'ennesima perizia per accertare le cause della tragedia che ha travolto 13 persone. Ed i due periti (un esperto dell'università di Bologna ed un altro dell'università dell'Aquila) hanno 45 giorni di tempo per studiare il caso e riferire sulla prevedibilità dell'evento, in occasione della prossima udienza, fissata per il 24 gennaio prossimo. In passato, il perito della difesa, prof. Samuele Cavazzi, ordinario di ingegneria all'Università di Pisa, ha riferito che la probabilità del ripetersi dell'evento calamitoso che ha provocato la tragedia di Soverato è pari allo 0,8% con un tempo di ritorno di 1000 anni. Il consulente ha evidenziato inoltre che l'allagamento del camping sarebbe stato provocato anche dall'esistenza di un canale al di sopra del campeggio e del torrente Beltrame. Anche il prof. Franco Prodi, sempre consulente della difesa, direttore dell'istituto di Scienze dell'atmosfera del Cnr di Bologna è stato chiamato a deporre insieme al prof. Andrea Buzzi, ricercatore al Cnr del capoluogo emiliano. I due esperti in discipline meteorologiche hanno sostenuto che l'evento calamitoso che ha provocato lo straripamento del torrente Beltrame era di carattere eccezionale e difficile da prevedere. Ad ipotizzare invece la prevedibilità dell'evento calamitoso sono stati i periti del pm, un pool di superesperti in idraulica composto da Ugo Maione, docente al Politecnico di Milano, il prof. Giuseppe Frega, ex rettore dell'Università della Calabria, e Andrea Cancelli dell'Università Bicocca di Milano. Dalle oltre 120 pagine di consulenza è emerso come le conseguenze dell'alluvione che provocò lo straripamento del Beltrame non fossero del tutto imprevedibili: l'evento in seguito al quale il camping fu investito da un'enorme valanga d'acqua era stato preceduto da episodi e segnali già verificatisi anni addietro.

(La Gazzetta del Sud)

 


 

30/11/2005

La tragedia non era prevedibile.
Un evento che si ripete ogni 1000 anni

La probabilità del ripetersi dell'evento calamitoso che ha provocato la tragedia di Soverato è pari allo 0,8% con un tempo di ritorno di 1000 anni. Parola del perito. Si arricchisce di elementi il processo sul camping “Le Giare”: ieri mattina infatti è stato sentito il perito della difesa, il prof. Samuele Cavazzi, ordinario di ingegneria all'Università di Pisa, in contraddittorio alla relazione peritale prodotta dalla pubblica accusa. In particolare, il consulente della difesa, nell'illustrare il suo elaborato ha criticato le conclusioni del perito della Procura in merito alla prevedibilità dell'evento: «Il fatto è stato eccezionale e non prevedibile». Così come ha descritto in maniera minuziosa come l'allagamento del camping sarebbe stato provocato anche dall'esistenza di un canale al di sopra del campeggio e del torrente Beltrame. Oltre al difensore, l'avv. Enzo Ioppoli, il consulente ha risposto alle domande del pubblico ministero Mariacarla Sacco e del tribunale. Un'udienza lunga ed intensa, ma non conclusiva. La prossima udienza è stata infatti fissata per il 12 dicembre: in questa data il collegio giudicante (presieduto da Maria Teresa Carè a latere Teresa Barillari e Camillo Falvo, cancelliere Giuseppe Rizzuto) conferirà l'incarico a dei periti idrogeologici del tribunale per verificare le stesse circostanze su cui hanno riferito i tecnici del pubblico ministero e della difesa. L'ennesima perizia per accertare le cause della tragedia che ha travolto 13 persone. Nelle passate udienze è stato sentito il prof. Franco Prodi come consulente della difesa, a discarico dell'ex sindaco di Soverato Giovanni Maria Calabretta. Il fratello del leader dell'Unione dirige l'istituto di Scienze dell'atmosfera del Cnr di Bologna ed è stato chiamato a deporre insieme al prof. Andrea Buzzi, ricercatore al Cnr del capoluogo emiliano. I due esperti in discipline meteorologiche hanno sostenuto che l'evento calamitoso che ha provocato lo straripamento del torrente Beltrame era di carattere eccezionale e difficile da prevedere. Un'alluvione di natura “convettiva” - questo il termine tecnico usato - cioè che si forma e precipita nel giro di poco tempo, ardua da monitorare se non si hanno particolari strumenti quali uno specifico radar, che in Calabria non esiste. Ad ipotizzare invece la prevedibilità dell'evento calamitoso sono stati i periti del pm, un pool di superesperti in idraulica composto da Ugo Maione, docente al Politecnico di Milano, il prof. Giuseppe Frega, ex rettore dell'Università della Calabria, e Andrea Cancelli dell'Università Bicocca di Milano. Dalle oltre 120 pagine di consulenza è emerso come le conseguenze dell'alluvione che provocò lo straripamento del Beltrame non fossero del tutto imprevedibili: l'evento in seguito al quale il camping fu investito da un'enorme valanga d'acqua era stato preceduto da episodi e segnali già verificatisi anni addietro.

(La Gazzetta del Sud)

 


 

19/10/2005

Processo Le Giare, parla il fratello di Prodi

Sarà stato forse un po' provinciale. Ma ciò che ha destato più curiosità ieri mattina tra il pubblico che assisteva all'ennesima udienza del processo sulla tragedia del camping “Le Giare”, è stata la presenza del fratello di Romano Prodi. Il prof. Franco Prodi è stato sentito come consulente della difesa, a discarico dell'ex sindaco di Soverato Giovanni Maria Calabretta, che aveva deposto nella precedente udienza. Il fratello del leader dell'Unione dirige l'istituto di Scienze dell'atmosfera del Cnr di Bologna. Chiamato a deporre dal difensore di Calabretta, avv. Giovanni Caridi, è stato ascoltato anche il prof. Andrea Buzzi, lui pure ricercatore al Cnr del capoluogo emiliano. I due esperti in discipline meteorologiche hanno sostenuto che l'evento calamitoso che ha provocato lo straripamento del torrente Beltrame, causando tredici vittime tra gli ospiti del camping “Le Giare” localizzato nell'alveo del corso d'acqua, era di carattere eccezionale e difficile da prevedere. Un'alluvione di natura “convettiva” - questo il termine tecnico usato - cioè che si forma e precipita nel giro di poco tempo, ardua da monitorare se non si hanno particolari strumenti quali uno specifico radar, che in Calabria non esiste. La tesi sostenuta da Calabretta e dal suo difensore avv. Caridi, è che l'imputato non avrebbe mai potuto prevedere nei giorni antecedenti l'alluvione che una calamità di quella portata potesse abbattersi sul camping “Le Giare” quella tremenda notte tra il 9 e il 10 settembre del 2000. L'ex sindaco è accusato di omicidio colposo e in particolare di non aver emesso in tempo utile un'ordinanza per chiudere il campeggio. Poi altri testi a favore di Calabretta sono sfilati davanti al collegio presieduto da Maria Teresa Carè (a latere Teresa Barillari e Camillo Falvo, pubblico ministero Mariacarla Sacco, cancelliere Francesca Caroleo): l'ing. Emilio Occhiuzzi, che all'epoca dei fatti guidava la direzione provinciale dei vigili del fuoco di Catanzaro; alcuni sindaci del circondario (Domenico Mazza primo cittadino di Petrizzi, Rosanna Squillacioti di Gasperina, Nicola Voci di Gasperina); il comandante dei vigili urbani di Soverato, Francesco Battaglia; l'ing. antonio Manno coordinatore del Com 5 (l'organo di controllo della prefettura sul territorio) di Soverato, il Comune cui faceva capo la struttura prefettizia decentrata. Tutti hanno sostenuto di non aver segnalato nei giorni 8 e 9 settembre situazioni di crisi al sindaco di Soverato (centro di raccolta delle operazioni del Com). È emerso anche dalle audizioni dei due consulenti che nei giorni precedenti nulla poteva far prevedere l'evento meteorologico del 10 e quindi il sindaco non avrebbe potuto emettere nessuna ordinanza di chiusura del camping, mancando il presupposto. Una tesi opposta a quella emersa dalla passata udienza del 20 settembre, quando ad ipotizzare la non imprevedibilità dell'evento calamitoso erano stati i periti del pubblico ministero (Maione, Frega e Cancelli): secondo quei consulenti l'evento in seguito al quale il camping fu investito da ogni parte da un'enorme valanga d'acqua, era stato preceduto da episodi e segnali già verificatisi anni addietro. La questione è cruciale per l'esito del processo che vede imputate otto persone, tutte accusati di omicidio colposo: oltre a Giovanni Maria Calabretta, il gestore del campeggio “ Le Giare” Egidio Vitale; i funzionari della Regione Carlo Serrao, Silvestro Perrone e Vincenzo Ceniti; i funzionari del ministero delle Finanze Marco Donato Agrusti, Pasquale De Lucia e Vincenzo Citriniti. L'udienza prosegue il 22 novembre con le audizioni di altri testi a discarico. Entro il 10 febbraio è prevista la sentenza.

La Gazzetta del Sud

 

10/09/2005

A cinque anni di distanza da quel tragico dieci settembre del 2000 nessuno ha dimenticato la tragedia del camping “Le Giare” di Soverato, in modo particolare l'Unitalsi di Catanzaro che ricorderà le vittime con una messa celebrata dal vescovo della diocesi, monsignor Antonio Ciliberti, che si svolgerà, alle 16.30, nella chiesa di Santa Teresa dell'Osservanza. È ancora vivo, nei sopravvissuti e nelle persone che hanno seguito da vicino la vicenda, il ricordo di quei tragici momenti. La sera del 9 settembre, durante i festeggiamenti per la fine dell'estate e del soggiorno estivo dei disabili dell'Unitalsi, la decisione (provvidenziale) di qualche ospite di andare via. «Piove a dirotto da giorni e non vale la pena di fermarsi ancora» sarà stato sicuramente il pensiero di qualcuno dei sopravvissuti che ha ringraziato il cielo di non essere rimasto lì. Dopo la festa, il silenzio del riposo; l'indomani si sarebbe presa la strada di casa. Era ancora buio pesto quando un rumore squarciò l'aria. Qualcuno degli ospiti del camping vide l'acqua entrare nel suo bungalow, capì il pericolo e tentò di allertare gli altri; ma non tutti riuscirono a mettersi in salvo. Qualcuno neanche se ne accorse, e passò dal sonno alla morte. Furono minuti di terrore con l'acqua mista a fango che entrava dappertutto. Porte e finestre sembravano di cartapesta; il torrente Beltrame in piena con la furia delle acque che trasportava via quanto incontrava sul suo cammino. Le persone aggrappate sugli alberi, sopra le casette del camping, che cercavano, a volte riuscendoci, a volte invano, di strappare alle acque i loro amici con il fango che rendeva scivolosa ogni cosa. Tredici persone rimasero uccise nella notte che concludeva il consueto campeggio estivo dell'Unitalsi; il corpo di Vinicio Caliò non è stato ancora ritrovato. Non è facile cancellare dalla memoria la scena di quei luoghi nelle ore della tragedia, i soccorritori - i vigili del fuoco, i carabinieri, la polizia, il 118, la protezione civile, la finanza, la Croce rossa e la forestale - che continuavano a lavorare disperatamente nella speranza di recuperare qualche superstite, la lunga attesa dei parenti sulla statale 106 mentre le notizie dall'ormai ex camping giungevano a volte a dare ancora qualche filo di speranza, a volte a toglierla definitivamente. Come poter dimenticare il pianto a dirotto di un marito che si è visto strappare la moglie dalle braccia dalla furia delle acque, i volontari dell'Unitalsi scampati al disastro che piangevano sul ciglio della strada che ora dopo ora si riempiva del fango delle scarpe dei soccorritori che si davano il cambio. E poi il dolore ai funerali ai quali partecipò il presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi e Donna Franca con i politici che arrivarono con le auto blu, fischiati impietosamente dalla folla. Una cattedrale che sarebbe dovuta essere più grande tale e tanta la moltitudine di gente che partecipò alle esequie. Tredici vittime ma solo dodici bare. Queste scene non potranno essere cancellate facilmente dalla memoria di chi le ha vissute. Basta solo passare da quella strada perché nella memoria si accenda la luce dei ricordi ed il viso si gira verso quello che è rimasto del camping. Ora ci sono solo erbacce e qualche manufatto a ricordo della strage ma chi c'era, chi sa cos'è successo, guarda a quei luoghi con uno spirito diverso. Si susseguirono accuse e scambi di opinioni sulla responsabilità dell'accaduto. Fax che non giunsero tempestivamente, autorizzazioni per qualcuno concesse, per altri mai rilasciate. Un campeggio che è stato costruito nell'alveo di un fiume e nessuno che mai se n'è accorto? O la costruzione di alcune opere o, peggio ancora, di mancata pulizia del fiume che provocarono un “effetto tappo” tale da scatenare la furia delle acque? Ad oggi però, dopo cinque anni, la verità ancora non è venuta fuori. Otto sono gli imputati per omicidio colposo con un processo che si sta ancora dibattendo in questi giorni: il gestore del campeggio Egidio Vitale; l'ex sindaco di Soverato Giovanni Maria Calabretta; i funzionari della Regione Carlo Serrao, Silvestro Perrone e Vincenzo Ceniti; i funzionari del ministero delle Finanze Marco Donato Agrusti, Pasquale De Lucia e Vincenzo Citriniti. Dopo le prime udienze preliminari, si stanno ancora ascoltando i testimoni e l'udienza proseguirà il 20 settembre per altri testi delle parti civili e i consulenti del Pm. Ma ancora non c'è nessuna certezza, nessun colpevole. Dopo cinque anni i familiari delle vittime continuano a chiedere giustizia ma chissà quanto tempo dovranno aspettare ancora per averne la certezza. Tra questi i parenti di Vinicio Caliò, l'unica vittima il cui corpo, come abbiamo accennato, non è stato mai ritrovato. Anche per loro in questi giorni il cuore ritorna in gola e la ferita scavata cinque anni fa continua a grondare sangue, mai rimarginatasi, con il ritrovamento di alcuni resti nella zona marina di Soverato che potrebbero appartenere a Vinicio. Una speranza per avere almeno una tomba su cui piangere. A loro il destino non ha concesso neanche questo.

Tratto da La Gazzetta del Sud


30/05/2005

La beffa dopo la tragedia

Dopo il danno anche la beffa. Dopo la tragedia, il paradosso. L'assurdo di quelle poche lire di risarcimento che a distanza di quasi cinque anni dalla sciagura del camping Le Giarie di Soverato non sono ancora state liquidate a coloro che ne avevano fatto richiesta. Lasciando i parenti delle 13 vittime del disastro e i fortunati sopravvissuti della notte degli orrori e l'amaro in bocca per un iter burocratico ancora irrisolto che ha tanto il sapore di una presa in giro. La storia di quei soldi richiesti ma mai arrivati viene oggi ripercorso,
tappa dopo tappa, dalla sorella di uno degli sfortunati ospiti del campeggio, Raffaele Gabriele, che da Cesena, dove vive ormai da tempo, guarda incredula a quanto accade a Catanzaro. "Ci hanno fatto tantissime promesse, ma nessuna è stata ancora mantenuta. Tanti politici rappresentanti istituzionali si sono impegnati a farci ottenere i rimborsi ma sono state solo parole. Eppure quello che chiediamo è davvero poco. Il conteggio dei danni subiti da chi era nel campeggio e da chi non ha più fatto ritorno non parla di somme astronomiche ma di poche decine di milioni di lire in tutto". Nonostante questo, le cifre conteggiate a cinque anni dalla sciagura non sono ancora state liquidate. Eppure per le cifre indicate dai familiari delle vittime erano già state giudicate eccessive degli organismi competenti, i quali avevano stabilito di risarcire soltanto 60% dei danni quantificati. La notizia era stata comunicata in occasione del terzo anniversario della strage, davanti le telecamere di Raidue, quando Carmen La Sorella si era presentata a casa di Gabriella Gabriele con la troupe televisiva della trasmissione "Visite a domicilio". In quella circostanza la giornalista, sollecitata dalla lettera della signora Gabriele, aveva interpellato in diretta nazionale l'allora responsabile e presidente della giunta regionale, Giuseppe Chiaravallotti, il suo braccio destro Raffaele Mirigliani, il sindaco di Soverato Raffaele Mancini. Tutti pronti di fonte al pubblico dell'Italia intera ad assicurare che le vicende dei risarcimenti era prossima alla conclusione e che i soldi stavano per essere liquidati a coloro che erano stati legittimati a farne richiesta. Di qui l'assessore all'urbanistica in quella circostanza aveva anche quantificato la cifra a disposizione, parlando di 27 milioni di euro che la Regione avrebbe messo tempestivamente a disposizione per coprire una parte dei danni subiti.

 

11/05/05

Geometra in aula: «Il Beltrame non costituiva un pericolo»

QUELLA STRADINA che costeggia il lato destro del torrente Beltrame sulla quale quella terribile notte il corso d'acqua gli "vomitò" addosso ogni cosa, è sempre esistita ed è sempre stata percorribile. Solo per un periodo di tempo limitato, per cause civilistiche, fu interdetta al traffico ma poi riaperta alla circolazione.
Lo ha ribadito davanti al Tribunale di Catanzaro, presieduto da Maria Teresa Carè (a latere Teresa Barillari e Camillo Falvo), il geometra del Comune di Soverato Guglielmo Palagruti ripercorrendo i momenti convulsi vissuti nell'immediatezza di una sciagura sulla quale a volerci veder chiaro è il sostituto procuratore Maria Carla Sacco.
Esisteva dunque la strada, come esisteva la consapevolezza che il Beltrame non costituiva un pericolo, nonostante "non sia stato mai interessato da alcun sbancamento ma solo da una bonifica nel laghetto che si formava alla base del fiume effettuata per conto della Regione Calabria". Una zona definita non "a rischio", non pericolosa, come la definisce lo stesso tecnico comunale, quella sulla quale insisteva il campeggio "Le Giare" spazzato via dalla furia del Beltrame. Anzi. Una zona che addirittura nel Piano comunale di protezione civile rientrava come atta ad accogliere persone. Tant'è che quando alla fine degli anni '80 quando il tratto di costa fu preso d'assalto dai Kurdi si pensò di alloggiarli lì.
Al termine della testimonianza, d'accordo con gli avvocati delle parti, l'udienza è stata aggiornata al prossimo 24 maggio, data in cui saranno ascoltati tutti i residui testi del pubblico ministero, ad esclusione dei consulenti. E intanto è stata anche comunicato il calendario delle udienze che si svolgeranno dopo le ferie estive.

Fonte: Il Quotidiano

 

23/03/05

«Eravamo riusciti a salire sul tetto di un bungalow, io e mia moglie, con nostro figlio di appena un anno, Matteo. Lo avevo appena passato nelle sua braccia quando siamo stati travolti da un'onda che ci ha raggiunto alle spalle. A quel punto ci siamo persi di vista e sinceramente non pensavo di riuscire a riabbracciarli mai più. Era tutto buio, l'unica illuminazione era quella dei lampi che accompagnavano il temporale. Una volta in salvo, mia moglie mi ha raccontato che in un momento aveva perso dalle braccia Matteo, ed è riuscito a riacchiapparlo trattenendo la maglietta del pigiamino». Solo l'accento romano accalora un po' il racconto dell'ingegnere informatico Michelangelo Della Rocca, ieri mattina testimone nel processo scaturito dall'inondazione che nella notte tra sabato 9 e domenica 10 settembre 2000 ha travolto il camping “Le Giare” di Soverato, mietendo tredici vittime. Nove gli imputati che devono difendersi dall'accusa di omicidio colposo: il gestore del campeggio Egidio Vitale; i funzionari della Regione Carlo Serrao, Silvestro Perrone e Vincenzo Ceniti; i funzionari del ministero delle Finanze Marco Donati Agrusti, Pasquale De Lucia e vincenzo Citriniti; il sindaco di Soverato Giovanni Maria Calabretta. Il professionista capitolino ha ripercorso con un dolore solo a tratti nascosto l'esperienza vissuta quella maledetta notte da lui, sua moglie e i suoi due figli. Sì, perché la consorte era in attesa di un secondo bambino. Che è nato qualche mese dopo quell'esperienza indimenticabile. «Eravamo arrivati al campeggio attorno alle 21.30 – ha chiarito rispondendo alle domande formulate sempre con estremo garbo dal pubblico ministero Mariacarla Sacco – dopo ore di viaggio sotto una pioggia incessante sull'autostrada Salerno-Reggio Calabria. Era la prima volta che venivamo in vacanza in Calabria. Dopo l'arrivo al camping ci siamo diretti a Soverato per prendere una pizza e tornare per consumarla. Ho spento la luce attorno all'1 della notte. Ho dormito poco perché ero nervoso. Ecco perché mi sono accorto subito dall'acqua entrata nel bungalow, mentre fuori la corrente trascinava di tutto: bombole di gas, barche e anche la mia auto». Sono stati sette i testimoni citati dall'accusa che ieri sono sfilati dinanzi al collegio giudicante (Carè, Falvo, Matacera), ripercorrendo ciascuno a modo suo l'attacco che l'onda assassina ha sferrato alle 4.30 di domenica 10. Incalzati dall'avvocato Giovanni Le Pera, che difende il proprietario dell'ormai ex camping Egidio Vitale, molti hanno raccontato di un boato avvertito poco prima che «l'onda nera invadesse il campeggio». Come se sulla montagna alle spalle de “Le Giare” fosse esploso qualcosa, generando il mare d'acqua che ha sommerso ruolotte, tende, bungalow e tutto il resto. Stroncando la vita di tredici sfortunati turisti, tra i quali anche volontari e disabili dell'Unitalsi che erano in vacanza lì. E che proprio il mattino dopo sarebbero tornati a casa. Sia la volontaria Marilina Rotella che la responsabile dell'Unitalsi nel campeggio Maria Cartolano, hanno dichiarato che a causa delle pessime condizioni atmosferiche sabato pomeriggio sono stati contattati telefonicamente i famigliari di tutti i disabili affinché andassero e prendere i congiunti per riportarli a casa. Ma alcuni hanno rimandato al mattino successivo poiché non potevano. In altri casi sono stati gli stessi disabili a non volere rientrare a casa in anticipo. Anche loro hanno confermato che prima dell'«onda nera» il campeggio aveva retto bene alla pioggia che pure cadeva copiosa da giorni. «Non c'erano grosse pozzanghere e riuscivamo a muoverci abbastanza tranquillamente. In pochi secondi – ha raccontato la signora Rotella – siamo stati travolti dall'acqua e non si capiva più nulla. Chi correva a destra e chi a sinistra. Ho trovato rifugio su un albero dal quale riuscivo a vedere la strada. E mi sono accorta di una luce blu lampeggiante. Allora ho capito che qualcuno aveva saputo quanto successo nel campeggio. Perché per diverso tempo ho seriamente temuto che nessuno sapesse nulla». Un dettaglio, questo del terrore d'essere dimenticati in balia dell'onda assassina, trapelato anche nelle parole della signora Cartolano. La quale ha tra l'altro azzardato un paragone tra la disgrazia di Soverato e la tragedia del Vajònt, la località del Friuli Venezia Giulia vittima di un disastroso straripamento di un lago artificiale delimitato da una diga. Altri dettagli e racconti su quella notte di terrore, morte e dolore, sono stati aggiunti dai volontari dell'Unitalsi Cesare Scorza Rotundo e Maria Calabria. Quest'ultima ha sottolineato l'enorme massa di rifiuti d'ogni genere trasportati nel camping dalla corrente: «Ho visto di tutto, come materiale strappato a una discarica abusiva». Giovanni De Lorenzo ha parlato dell'area attorno a “Le Giare” nei giorni precedenti la disgrazia. Sulla scomoda poltrona dei testimoni si è seduta anche Annamaria Mirarchi, residente a Soverato Superiore in un'abitazione dalla quale è ben visibile una buona parte del torrente Beltrame, sinora considerato il principale responsabile dell'inondazione del camping. Lei come gli altri ha raccontato di avere avvertito un boato enorme nel cuore della notte. «Mi sono affacciata alla finestra e ho visto un mare scendere dalla montagna verso casa. Allora mi sono messa a gridare come una pazza chiedendo a mio marito di prendere le bambine e correre via. Il rumore assordante delle acque non mi faceva capire nulla. Sono ventitré anni che vivo lì, e non ho mai visto niente di simile. Negli ultimi mesi, con lo tsunami che ha colpito il sudest asiatico, ho rivissuto quei drammatici momenti. Indimenticabili». Dopo quasi tre ore di discussione l'udienza è stata aggiornata al 12 aprile per l'escussione di altri sei testimoni dell'accusa.

16/03/2005

La notte degli orrori alle "Giare"

"Mio fratello gridava e mi tendeva la mano affinchè lo aiutassi... Ma io non sono riuscito ad afferrarlo. L’acqua lo ha trascinato via e da allora non l'ho più visto". Una storia detta e ridetta, ma non per questo oggi meno dolorosa di cinque anni fa. Una ferita che non si rimargina, quella della scomparsa di Vinicio Caliò, custode del camping Le Giare travolto dall'alluvione che il 10 settembre 2000 distrusse il campeggio e provocò la morte di 13 persone. Un taglio nella carne viva del fratello di Vinicio, Luca, insieme a lui nella notte della tragedia e miracolosamente sopravvissuto a quell'alba di terrore.
Quel giovane che ieri, alle 14 in punto, ha iniziato la sua testimonianza davanti al collegio della seconda sezione penale del tribunale del capoluogo, al cospetto al quale si sta svolgendo il processo a carico degli otto presunti responsabili della strage (il proprietario del camping Egidio Vitale, l'ex sindaco di Soverato Giovanni Maria Calabretta, i funzionari del ministero delle Finanze Marcello Donato Agrusti, Pasquale De Lucia e Vincenzo Citriniti e i dipendenti regionali Carlo Serrao, Silvestro Perrone, e Vincenzo Ceniti), accusati a vario titolo di disastro colposo ed omicidio plurimo.
Stretto nel suo giubbotto di pelle nera, con la voce ferma, solo a tratti rotta dalla difficoltà del ricordo, Luca ha ricostruito per l'ennesima volta le prime ore concitate del 10 settembre, quando dalle montagne che sovrastano la struttura turistica giunse un fiume incontenibile di acqua e fango che travolse impietosamente ogni cosa. Sollecitato dalle domande del pubblico ministero Maria Carla Sacco, il giovane è tornato con la memoria al giorno precedente il disastro, quel 9 settembre piovoso iniziato sotto il segno dell'acqua che inondò la tenda che divideva con il fratello ed un amico tanto da costringerli a trasferirsi in una roulotte. La stessa in cui i tre si svegliarono all'alba del 10, sentendo i colpi concitati di Ivan Vitale (il figlio del propietario del camping, Egidio), che li sollecitava ad alzarsi e scappare.
«Qualcuno bussava alla porta gridando "l’acqua, l’acqua"- ha ricordato ieri Luca - e subito siamo usciti senza neppure vestirci. Fuori era buio, sentivamo urlare ma non vedevamo nulla. L’acqua era inarrestabile e abbiamo cercato riparo su un'auto, poi su un albero, infine siamo stati travolti dalla marea che avanzava e siamo stati trascinati fino al mare. Lì ho visto mio fratello scomparire tra le onde». Lì per Luca è accaduto il miracolo, dal nomento che una ragazza, che osservava il mare dal balcone, lo ha visto con il suo binocolo e ha subito dato 1'allarme, indicando ai soccorritori dove andare a trovare quel corpo che annaspava in cerca della salvezza mentre tutt'intorno la distruzione continuava irrefrenabile. E mentre le altre persone, che avevano trascorso la notte all'interno del camping cercavano di mettersi in salvo.
Altre tre di loro, ieri mattina, hanno parlato al microfono dell'aula al piano terra del palazzo di giustizia, davanti ad una folla silenziosa, tra la quale stavano seduti fianco a fianco imputati e sopravvissuti, avvocati e forze dell'ordine, tutti ugualmente toccati dall'intensità dei racconti ascoltati.
Troppo forti sono state le parole di Paolo Rosi, assistente bagnante del lido Turrati, e compagno di roulotte di Luca e Vinicio, che ha rivissuto, attimo per attimo, le ore in cui la morte gli si è presentata davanti sotto forma di un muro d'acqua. Quell'onda enorme che non proveniva dal fiume Beltrame, ma dal lato opposto, ha ricordato, dalla parte del caseificio, dalle montagne alle spalle del campeggio. La marea di fango che portava con sé alberi enormi e pali dell’elettricità, e poi elettrodomestici e incastrati tra questi anche esseri umani. Le persone che passando sotto l'albero su cui Paolo era riuscito ad arrampicarsi insieme ai suoi amici tendevano una mano verso di lui, che li guardava andare via senza riuscire ad afferrarli. E li sentiva urlare e chiedere aiuto e non poteva salvarli. Così come non ha potuto salvare Vinicio e lo ha visto scomparire in mezzo all'acqua assassina.
Lì dove si sono trovati all'improvviso anche Giuseppe Garcea e l'amico giunto insieme a lui al camping per trascorrere insieme agli ospiti dell'Unitalsi l’ultima notte del soggiorno estivo a Soverato. Anche la sua testimonianza, ieri mattina, è stata una sequela di orrori, di grida disperate, di freddo e buio e coscienza di una morte che sembrava sempre più vicina. Talmente certa, intorno alle sei del mattino quando i due ragazzi si trovavano da oltre un'ora in cima alla parete dei bagni rimasta in piedi per miracolo, da cancellare nei loro cervelli ogni pensiero che non fosse una preghiera. «Fino a quando - ha raccontato tra mille difficoltà Giuseppe - abbiamo visto i vigili del fuoco in lontananza, e poi l’acqua che pian piano cominciava ad abbassarsi e siamo riusciti a scendere dal tetto e abbiamo cominciato a cercare gli altri ospiti, tra cui c'erano anche le nostre madri».
Parole terribili, che hanno scosso gli animi delle persone che ieri si sono ritrovate nel tribunale di Catanzaro.
Parole che hanno disegnato scenari conosciuti e aggiunto nuovi inquietanti partitolari. A partire dall'esistenza di quel canneto che, ha detto Luca, ostruiva il corso del fiume, passando per quella marea d'acqua che anziché dal Beltrame piombò addosso agli ospiti del camping provenendo dall'altra parte. E finendo al paradosso di quelle fotografie che il figlio di Vitale, secondo il racconto del giovane Caliò, mostrò ai custodi del camping in un pomeriggio di quell'estate. Immagini nitide dell'alluvione del 1998, durante il quale già una volta si erano viste le roulotte galleggiare nel fango.

 

18/02/2005

Affiorano resti umani sulla spiaggia, la morte almeno 4 anni fa

Trovati sulla spiaggia di Squillace, nel catanzarese, i resti di una persona morta almeno 4 o 5 anni fa. I resti sono affiorati dalla sabbia probabilmente per le mareggiate che si sono avute negli ultimi giorni sul litorale jonico. I carabinieri hanno affermato che non hanno segnalazioni negli ultimi anni di persone scomparse nella zona. Non e' escluso che potrebbe trattarsi del cadavere di una delle tredici persone morte in seguito all'alluvione del settembre del 2000 che colpi' il camping Le Giare di Soverato. Sui resti verra' effettuato il test del Dna.

 

La storia
L'ondata assassina è arrivata poco prima delle 5. Ed ha sorpreso nel sonno tutto il campeggio, dove insieme ai soliti turisti c'erano tanti disabili organizzati in una specie di colonia. È stata una strage.

Il fango ha travolto tutti e tutto, lasciando pochissime vie di scampo: i tetti dei bungalow in muratura ed i salici centenari. Chi non ha avuto la forza, la prontezza ed il coraggio di saltare sui muri e sugli alberi non ha trovato scampo, a meno di un miracolo.

Il teatro della tragedia è il camping Le Giare, alle porte dei Soverato, una trentina di chilometri da Catanzaro lungo la jonica. In tanti si sono resi conto solamente il giorno prima che la piccola struttura turistica sorgeva troppo vicina all'alveo di un torrente.

Dopo quarantotto ore di pioggia battente quel torrentello è diventato un fiume. I detriti ed i resti degli innumerevoli incendi che si sono succeduti durante l'estate hanno fatto da tappo, ad una decina di chilometri a nord, nel comune di Petrizzi, poi le migliaia di metri cubi d'acqua accumulati nel vallone hanno avuto la meglio. La "diga" che s'era formata per l'incuria dell'uomo ha ceduto, e giù alla foce dell'ex torrentello è arrivata un'ondata di fango. L'acqua si è riappropriata del suo spazio originario.

Tempesta di fango. Nello spazio di qualche minuto il camping è stato cancellato. È cambiato lo stato dei luoghi, molti bungalow sono completamente ricoperti, le auto del parcheggio raggomitolate ed ammassate quasi tutte sulla sponda sinistra del torrente dando l'impressione di uno sfasciacarrozze. Un vasto e folto canneto è stato messo giù in pochi secondi. Il letto del torrente è aumentato di almeno venti volte. Erano circa trecento gli uomini impegnati nelle ricerche dei dispersi. I fuoristrada erano inutilizzabili. L'unico modo per tentare il salvataggio di qualcuno era ripercorrere le sponde scrutando con attenzione sulla superficie fangosa. L'altro sistema adottato è stato l'elicottero. Che però s'è potuto alzare fino alle 13. Dopo è ricominciata la pioggia abbondante. Soccorritori e volontari non si sono arresi, e sotto l'acqua hanno continuato il tentativo di salvare qualche altra vita.